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Indimenticato leader socialista svedese, è l’uomo politico che per due volte ha guidato la Svezia incarnando il modello più classico della socialdemocrazia. Morto assassinato, è poi diventato un simbolo fra i più importanti del suo Paese.
L’omicidio di Palme è un avvenimento che ha segnato una svolta profonda nella società svedese. Fino a quel momento, la Svezia e i suoi abitanti erano convinti di essere una sorta di entità a parte rispetto alle altre nazioni. Essi pensavano che un fatto grave come l’omicidio di un politico non potesse avvenire in un paese civile e culturalmente evoluto come il loro. La morte di Palme, dunque, segna dolorosamente e in modo tragico, la perdita di verginità politica degli svedesi.
Nato nel 1927, crebbe all’interno della classica famiglia di condizione medio alta di Stoccolma, dall’ideologia conservatrice e un poco perbenista. Suo padre morì quando Palme aveva circa cinque anni e questo è l’avvenimento che ebbe la maggior influenza emotiva nella sua vita.
Diventato un ragazzo dalle brillanti doti intellettive, durante la sua frequentazione dell’Università di Stoccolma, ebbe modo di frequentare l’associazione degli studenti socialdemocratici, incontro che fece scattare in lui la scintilla della passione politica. Laureatosi nel ‘51, divenne ben presto, grazie alla sua forte personalità unita ad una grande carica umana, Presidente dell’Unione degli Studenti Svedesi, un’associazione che riuniva sotto il suo nome diverse realtà.
Da quel momento, la sua carriera subì decisamente una notevole spinta in avanti. Accortosi delle sue eccezionali facoltà, il Primo Ministro dell’epoca, Tage Erlander, lo chiamò a fianco a sè nominandolo segretario.
Tra i due si instaurò fin da subito una forte intesa, cosa che permise a Palme di rafforzare ancora di più il suo status politico. Dopo poco, infatti (più precisamente nel ‘61), fu nominato capo della divisione di gabinetto mentre, qualche anno dopo (siamo ormai nel ‘69), eccolo eletto presidente del Partito Socialdemocratico Svedese e in seguito Presidente del Consiglio. (in precedenza, comunque era già stato Ministro delle Comunicazioni, nel ‘62 e, nel ‘65, Ministro dell’Educazione e degli Affari Culturali). Subito la sua politica si connota decisamente, ad esempio, assumendo atteggiamenti critici nei confronti dell’intervento degli Stati Uniti nel Vietnam.
La sua politica, coerentemente con quanto aveva sempre professato, fu sempre improntata ai più rigorosi e tradizionali valori della filosofia socialdemocratica, nel tentativo di rafforzare sempre di più l’identità democratica della nazione svedese. Palme, dunque, fu profondamente interessato alle questioni riguardanti la disoccupazione, nonchè alle leggi concernenti il lavoro. Sotto la sua guida vennero varate un numero consistente di riforme che potenziarono i diritti dei lavoratori là dove ve ne era più urgente bisogno.
Le successive elezioni del ‘73 vennero comunque caratterizzate da un insuccesso per il suo partito, ma, con l’appoggio dei liberali, riesce a formare un governo che si trova ad affrontare una grave crisi energetica. Comunque rieletto nel ‘76, dopo la sconfitta alle elezioni ad opera della coalizione dei partiti “borghesi”, guida l’opposizione socialdemocratica accentuando i temi della trasformazione sociale del paese e della partecipazione operaia alla direzione delle imprese. L’azione incisiva di Palme in questa direzione porta il suo partito, nel 1979, ad una nuova affermazione elettorale senza però riuscire a formare un nuovo governo. Nel 1982, però, ancora presidente del consiglio, dà l’avvio ad una serie di riforme per il rilancio economico.
Non vedrà mail i frutti del suo intenso impegno. Olof Palme fu assassinato in una strada di Stoccolma il 28 febbraio 1986 mentre, in compagnia della moglie, stava rincasando dopo essere stato al cinema. Le indagini sul suo assassinio, che portarono alle dimissioni del ministro della giustizia A.G. Leijon, scoperto a condurre indagini parallele a quelle ufficiali, non hanno ancora fatto completamente luce sull’autore e sul movente del delitto.
Delle numerose teorie elaborate dalla magistratura svedese nessuna è mai stata provata. Inizialmente si era parlato di una “pista curda”, dato che il governo di Palme aveva messo fuori legge il Pkk (Partito dei lavoratori curdi): poco tempo dopo l’omicidio, infatti, la polizia aveva fermato alcuni attivisti curdi, che però vennero presto rilasciati per assenza di prove. Ad ogni modo, lo stesso Ocalan, un celebre leader curdo, ha comunque sempre negato ogni coinvolgimento nella morte di Palme, pur avendo aggiunto che alcuni militanti curdi fuoriusciti dal Pkk, ed entrati a far parte del movimento guidato dalla sua ex-moglie, potrebbero aver preso parte all’omicidio.
Un’altra pista investigativa porta all’allora regime sudafricano in cui vigeva l’apartheid, ma anche quest’ultima ipotesi appare tutt’altro che fondata. Più di recente, Christer Pettersen, uno sbandato delinquente comune a suo tempo accusato di aver assassinato lo statista svedese, ha ammesso con modalità discutibili la propria responsabilità, anche se l’arma usata nel delitto non è mai stata mai ritrovata (e dunque Pettersen può ritenersi discretamente al riparo dalla morsa della giustizia).
Con la morte di Olof Palme venne dunque bloccato l’ultimo tentativo di dare vita a livello internazionale a una politica che uscisse dalla logica della guerra fredda e della contrapposizione tra i blocchi, e che portasse in primo piano gli interessi delle nazioni del sud del mondo sottosviluppati e sfruttati. Dopo la morte di Palme in Svezia si è inoltre assistito a un progressivo indebolimento e smantellamento dello stato sociale che aveva costituito da modello per le società democratiche occidentali.
Migliaia di persone assistettero ai funerali dello statista, migliaia di cittadini svedesi osservarono in silenzio la salma passare per le strade di Stoccolma prima di essere tumulata nel cimitero “Adolf Fredrick”, consci della grande statura morale che aveva connotato il loro ex-leader.

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Umile e fiero progettista politico
Nato il 3 Aprile 1881 a Pieve Tesino (Trento), Alcide De Gasperi è stato un protagonista della ricostruzione politica ed economica dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale e leader dei governi di centro formatisi a partire dal 1947.
Dato che alla sua nascita il territorio trentino apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico (anche se di lingua italiana), è proprio nella vita politica austriaca che il giovane De Gasperi inizia a muovere i primi passi di quella che fu una lunga e fortunata carriera politica.
Nel 1905 entra a far parte della redazione del giornale “Il Nuovo Trentino” e, divenutone il direttore, appoggia il movimento che auspicava la riannessione del Sud Tirolo all’Italia.
Dopo il passaggio del Trentino e dell’Alto Adige all’Italia continua l’attività politica nel Partito Italiano Popolare di don Luigi Sturzo. Diventa in breve tempo il presidente del partito e si pone nella condizione di poter succedere a Sturzo qualora questi voglia, oppure, come poi in realtà avverrà, sia costretto ad abbandonare la vita politica italiana.
Intanto in Italia come del resto in altre parti d’Europa si fa sentire il vento della rivoluzione russa, che nel nostro paese determina la scissione socialista del 1921, la nascita del PCI, e l’inizio di un periodo pre-rivoluzionario, il “biennio rosso”, che nel 1919 e nel 1920 vede la classe operaia protagonista di cruente lotte sociali e che contribuirà non poco a spaventare la borghesia, spingendola tra le braccia di Mussolini.
Deciso avversario del fascismo De Gasperi viene imprigionato nel 1926 per la sua attività politica. Fu uno dei pochi leader popolari a non accettare accordi col regime benché fosse stato, nel 1922, favorevole alla partecipazione dei popolari al primo gabinetto Mussolini.
Dopo l’omicidio Matteotti, l’opposizione al regime ed al suo Duce è ferma e risoluta anche se coincide con il ritiro dalla vita politica attiva a seguito dello scioglimento del P.I.P. ed al ritiro nelle biblioteche vaticane per sfuggire alle persecuzioni del fascismo.
Durante la seconda guerra mondiale De Gasperi contribuisce alla fondazione del partito della Democrazia Cristiana, che eredita le idee e l’esperienza del Partito Popolare di don Sturzo.
De Gasperi non è tanto un uomo d’azione, quanto un “progettista” politico (suo il documento programmatico della DC scritto nel 1943), che alla fine della guerra mostra di avere le idee chiare sulla parte da cui stare, l’occidente anticomunista.
Dopo il crollo della dittatura del Duce viene nominato ministro senza portafoglio del nuovo governo. Ricopre la carica di ministro degli Esteri dal dicembre 1944 al dicembre 1945, quando forma un nuovo gabinetto.
In qualità di presidente del consiglio, carica che manterrà fino al luglio del 1953, De Gasperi favorisce e guida una serie di coalizioni di governo, composte dal suo partito e da altre forze moderate del centro. Contribuisce all’uscita dell’Italia dall’isolamento internazionale, favorendo l’adesione al Patto Atlantico (NATO) e partecipando alle prime consultazioni che avrebbero condotto all’unificazione economica dell’Europa.
Opera principale della politica degasperiana fu proprio la politica estera e la creazione dell’embrione della futura Unione Europea. Un’idea europeista che nasceva nell’ottica di una grande opportunità per l’Italia per superare le proprie difficoltà.
Lo statista trentino muore a Sella di Valsugana il 19 agosto 1954, appena un anno dopo l’abbandono della guida del governo.
Aforismi di Alcide De Gasperi
- Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.
Approfondimenti:
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La forza dell’etica
Enrico Berlinguer nasce a Sassari il 25 maggio 1922. Consegue la maturità classica e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Sassari, sostenendo tutti gli esami e progettando di laurearsi con una tesi dal titolo “Filosofia del diritto: da Hegel a Croce e Gentile”.
Nell’ottobre del 1943 si iscrive al Partito Comunista Italiano, diventando Segretario della sezione giovanile di Sassari.
All’inizio del 1944 Berlinguer è ritenuto uno dei responsabili dei “moti per il pane” verificatosi in quei giorni a Sassari: viene arrestato. Viene prosciolto e scarcerato alla fine del mese di aprile. Poco dopo è nominato responsabile della Federazione Giovanile Comunista di Sassari.
Si trasferisce poi a Roma ed entra a far parte della Segreteria Nazionale del Movimento Giovanile Comunista.
Nel 1945, dopo la Liberazione è a Milano come responsabile della Commissione giovanile centrale del PCI.
Tre anni più tardi, al VI Congresso del PCI, viene eletto membro effettivo del Comitato Centrale e membro candidato della direzione del partito. In seguito, al Congresso nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana, viene eletto Segretario Generale: manterrà la carica fino al 1956; assume inoltre la Presidenza della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica che ricoprirà fino al 1952.
Nel 1957 sposa Letizia Laurenti, dal cui matrimonio nasceranno quattro figli (Bianca, Marco, Maria e Laura); in questo periodo torna in Sardegna come Vice Segretario Regionale del PCI.
Sarà Segretario Regionale del PCI del Lazio dal 1966 al 1969. Eletto deputato, entra in Parlamento per la prima volta nel 1968 divenendo membro della Commissione Esteri; ben presto all’interno del partito arriva alla carica di Vice Segretario Nazionale.
Al XIII Congresso Nazionale del PCI, svoltosi a Milano nel marzo del 1972, Berlinguer viene eletto Segretario Nazionale.
E’ il 7 giugno 1984 quando si trova a Padova: durante un comizio per le elezioni europee un ictus cerebrale lo colpisce. Morirà pochi giorno dopo, l’11 giugno.
Approfondimenti:
Aforismi di Enrico Berlinguer
- Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.
- L’Unione Sovietica ha un regime politico che non garantisce il pieno esercizio delle libertà.
- La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.
- Il rispetto delle alleanze non significa che l’Italia debba tenere il capo chino.
- Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno.
- Dopo la tragica scomparsa di Aldo Moro, la Dc è divenuta oscillante e preoccupata e, via via, si è dimostrata sempre più irresponsabilmente propensa ad allungare i tempi all’infinito e, intanto, a profittarne.
- Pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza.
- Io le invettive non le lancio contro nessuno, non mi piace scagliare anatemi, gli anatemi sono espressione di fanatismo e c’è troppo fanatismo nel mondo.
- I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo, gli enti locali, gli enti di previdenza, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali.
- La cosa che mi preoccupa in Bettino Craxi è che certe volte mi sembra che pensi soltanto al potere per il potere.
- I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela.
- C’è il pericolo che il Corriere della Sera cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa faccia una così brutta fine.
- Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Karl Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validità, e che vi sia poi, d’altra parte, tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti, che debbono essere abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione, che si concentra su un tema che non era il tema centrale dell’opera di Lenin.
- La capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune società, che si sono create nell’est europeo, è venuta esaurendosi.

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La Grande Anima
Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma (in sanscrito significa Grande Anima, soprannome datogli dal poeta indiano R. Tagore), è il fondatore della nonviolenza e il padre dell’indipendenza indiana.
Il nome Gandhi in lingua indiana significa ‘droghiere’: la sua famiglia dovette esercitare per un breve periodo un piccolo commercio di spezie.
Nato il 2 ottobre 1869 a Portbandar in India, dopo aver studiato nelle università di Ahmrdabad e Londra ed essersi laureato in giurisprudenza, esercita brevemente l’avvocatura a Bombay.
Di origini benestanti, nelle ultime generazioni la sua famiglia ricoprì alcune cariche importanti nelle corti del Kathiawar, tanto che il padre Mohandas Kaba Gandhi era stato primo ministro del principe Rajkot. I Gandhi tradizionalmente erano di religione Vaishnava; appartenevano cioè ad una setta Hindù con particolare devozione per Vishnù.
Nel 1893 si reca in Sud Africa con l’incarico di consulente legale per una ditta indiana: vi rimarrà per ventuno anni. Qui si scontra con una realtà terribile, in cui migliaia di immigrati indiani sono vittime della segregazione razziale. L’indignazione per le discriminazioni razziali subite dai suoi connazionali (e da lui stesso) da parte delle autorità britanniche, lo spingono alla lotta politica.
Il Mahatma si batte per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti e dal 1906 lancia, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, denominato anche Satyagraha: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa.
Gandhi giunge all’uguaglianza sociale e politica tramite le ribellioni pacifiche e le marce.
Alla fine il governo sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani: eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità dei matrimoni religiosi.
Nel 1915 Gandhi torna in India dove circolano già da tempo fermenti di ribellione contro l’arroganza del dominio britannico, in particolare per la nuova legislazione agraria, che prevedeva il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso o mancato raccolto, e per la crisi dell’artigianato.
Diventa il leader del Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal colonialismo britannico.
Nel 1919 prende il via la prima grande campagna satyagraha di disobbedienza civile, che prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle imposte. Il Mahatma subisce un processo ed è arrestato. Viene tenuto in carcere pochi mesi, ma una volta uscito riprende la sua battaglia con altri satyagraha. Nuovamente incarcerato e poi rilasciato, Gandhi partecipa alla Conferenza di Londra sul problema indiano, chiedendo l’indipendenza del suo paese.
Del 1930 è la terza campagna di resistenza. Organizza la marcia del sale: disobbedienza contro la tassa sul sale, la più iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere. La campagna si allarga con il boicottaggio dei tessuti provenienti dall’estero. Gli inglesi arrestano Gandhi, sua moglie e altre 50.000 persone. Spesso incarcerato anche negli anni successivi, la “Grande Anima” risponde agli arresti con lunghissimi scioperi della fame (importante è quello che egli intraprende per richiamare l’attenzione sul problema della condizione degli intoccabili, la casta più bassa della società indiana).
All’inizio della Seconda Guerra Mondiale Gandhi decide di non sostenere l’Inghilterra se questa non garantirà all’India l’indipendenza. Il governo britannico reagisce con l’arresto di oltre 60.000 oppositori e dello stesso Mahatma, che è rilasciato dopo due anni.
Il 15 agosto 1947 l’India conquista l’indipendenza. Gandhi vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Il subcontinente indiano è diviso in due stati, India e Pakistan, la cui creazione sancisce la separazione fra indù e musulmani e culmina in una violenta guerra civile che costa, alla fine del 1947, quasi un milione di morti e sei milioni di profughi.
L’atteggiamento moderato di Gandhi sul problema della divisione del paese suscita l’odio di un fanatico indù che lo uccide il 30 gennaio 1948, durante un incontro di preghiera.
Aforismi di Mahatma Gandhi
- Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori.E’ bene che una volta ogni tanto si brucino le dita.
- Un’onesta divergenza è spesso segno della salute del progresso.
- Apprendere che nella battaglia della vita si può facilmente vincere l’odio con l’amore, la menzogna con la verità, la violenza con l’abnegazione dovrebbe essere un elemento fondamentale nell’educazione di un bambino.
- Un oggetto, anche se non ottenuto con il furto, è tuttavia come rubato se non se ne ha bisogno.
- Un fedele della Verità non dovrebbe fare nulla per rispetto delle convinzioni. Deve essere sempre pronto a correggersi e ogni qualvolta scopra di essere nel torto deve confessarlo, costi quel che costi, ed espiare.
- La felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno.
- Il perdono è l’ornamento dei forti.
- Il presidente è il primo dei servitori.
- È meglio confessare i propri errori: ci si rtirova più forti.
- L’unico tiranno che accetto in questo mondo è la voce silenziosa dentro di me.
- La conclusione logica del sacrificio di sé è che l’individuo si sacrifica per la comunità, la comunità si sacrifica per il distretto, il distretto per la provincia, la provincia per la nazione e la nazione per il mondo.
- Dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola della nostra condotta è la tolleranza reciproca.
- La purezza di mente e la pigrizia sono incompatibili.
- L’uomo diventa spesso ciò che crede di essere. Se continua a dire che non si riesce a fare una certa cosa, è possibile che alla fine si diventi realmente incapaci di farla.
- Chi perde la sua individualità perde tutto.
- Il crimine è una sorta di malattia e dovrebbe essere trattato come tale.
- Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere.
- La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma deriva dall’orgoglio del lavoro che si fa; la povertà si può vincere con un sistema costruttivo ed è di fondamentale importanza combattere l’ingiustizia anche a costo della propria vita.
- La violenza da parte delle masse non eliminerà mai il male.
- Dobbiamo fare il miglior uso possibile del tempo libero.
- Apprendere che nella battaglia della vita si può facilmente vincere l’odio con l’amore, la menzogna con la verità, la violenza con l’abnegazione dovrebbe essere un elemento fondamentale nell’educazione di un bambino.
- La nonviolenza, nella sua condizione dinamica, significa sofferenza consapevole. Non consiste in una docile sottomissione alla volontà del malvagio, ma nel contrapporre la propria anima alla volontà del tiranno.
- La paura può servire, ma mai la codardia.
- Quando si ha fiducia di poter fare una certa cosa, si acquisterà sicuramente la capacità di farla, anche se, all’inizio, magari non si è in grado.
- La vera bellezza, dopo tutto, sta nella purezza di cuore.
- Solamente chi è forte è capace di perdonare. Il debole non sa ne perdonare ne punire.
- La disobbedienza, per essere civile, deve essere sincera, rispettosa, mai provocatoria, deve basarsi su qualche principio assimilato con chiarezza, non deve essere capricciosa e, soprattutto, non deve procedere da alcuna malevolenza od odio.
- Per praticare la non violenza bisogna essere intrepidi e avere un coraggio a tutta prova.
- Acquistiamo il diritto di criticare severamente una persona solo quando riusciamo a convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio, e quando siamo sicuri di non rimanere irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato.
- Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c’è tra seme e albero.
- Per poter criticare, si dovrebbe avere un’amorevole capacità, una chiara intuizione e un’assoluta tolleranza.
- In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica.
- Occhio per occhio… e il mondo diventa cieco.
- Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.
- Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non violenza sono antiche come le montagne.
- La vita sulla terra è solo una bolla di sapone.
- Il capitale non è malvagio in sé; è il suo uso sbagliato che è malvagio. Il capitale, in una forma o un’altra, sarà sempre necessario.
- La vera felicità dell’uomo sta nell’accontentarsi. Chi sia insoddisfatto, per quanto possieda, diventa schiavo dei suoi desideri.
- L’assenza di paura non significa arroganza o aggressività. Quest’ultima è in sé stessa un segno di paura. L’assenza di paura presuppone la calma e la pace dell’anima. Per essa è necessario avere una viva fede in Dio.
- Se pensi che tutto il mondo sia sbagliato ricordati che contiene esseri come te.
- Un codardo non è capace di dichiarare il proprio amore. Questa è una prerogativa del coraggioso.
- La vita sopravanza immensamente tutte le arti messe assieme.
- Il mondo è tenuto insieme da vincoli d’amore e dedizione. La storia non registra i quotidiani episodi d’amore e dedizione. Registra solo quelli di conflitto e guerra. Gli atti d’amore e generosità sono molto più frequenti dei conflitti e delle dispute.
- La coscienza non è la stessa per tutti. Quindi, mentre essa rappresenta una buona guida per la condotta individuale, l’imposizione di questa condotta a tutti sarebbe un’insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di ognuno.
- Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio. Se si fa una cosa apertamente, si può anche soffrire di più, ma alla fine l’azione sarà più efficace. Chi ha ragione ed è capace di soffrire alla fine vince.
- Non puoi stringere la mano con un pugno chiuso.
- Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali.
- Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia.
- Nessuno può farti più male di quello che fai tu a te stesso.
- Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre.
- Non volendo pensare a quello che mi porterà il domani, mi sento libero come un uccello.
- Un’onesta divergenza è spesso segno della salute del progresso.
- Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare.
- Chi non controlla i propri sensi è come chi naviga su un vascello senza timone e che quindi è destinato a infrangersi in mille pezzi non appena incontrerà il primo scoglio.
- Nulla consuma il corpo quanto l’ansia e chi ha fede in Dio dovrebbe vergognarsi di essere preoccupato per qualsivoglia cosa.
- Il perdono è la qualità del coraggioso, non del codardo.
- Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.
- Non è la letteratura né il vasto sapere che fa l’uomo, ma la sua educazione alla vita reale. Che importanza avrebbe che noi fossimo arche di scienza, se poi non sapessimo vivere in fraternità con il nostro prossimo?
- La semplicità è l’essenza dell’universalità.
- L’uomo è dove è il suo cuore, non dove è il suo corpo.
- Una goccia strappata dall’oceano perisce inutilmente. Se rimane parte dell’oceano, ne condivide la gloria di sorreggere una flotta di poderose navi.
- Il singolo individuo può sfidare la violenza di un impero ingiusto per difendere il proprio onore, la propria religione, la propria anima e porre i presupposti per la caduta di quell’impero o per la sua rigenerazione.

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La forza del carattere
Franklin Delano Roosevelt nasce il 30 gennaio 1882 a Hide Park, da una famiglia protestante di antica origine olandese, emigrata nell’America del Nord nel XVII secolo. Il padre James è un classico gentleman della buona borghesia europea.
In questo clima di solido benessere, Franklin trascorre i primi anni della sua vita compiendo viaggi in Europa e ricevendo un’aristocratica quanto puntigliosa educazione dalla madre e dai tutori di Hide Park. Adolescente, i genitori lo iscrivono alla scuola più prestigiosa d’America, quella di Groton, nel Massachussets; si tratta di un istituto retto in modo rigido e che impartisce un insegnamento severo e rigoroso. L’esperienza di Groton, con la sua ferrea disciplina, costituisce per Franklin una scuola anche di carattere, cosa che contribuisce a farlo crescere in modo temprato e a donargli un carattere risoluto.
Nel 1900, forte di questa esperienza, si iscrive ad Harvard dove si laurea in appena tre anni.
Né gli studi né la successiva professione di avvocato però riescono a soddisfarlo in pieno, sempre più attratto in realtà dalla vita politica. La passione per l’agone politico lo porta allora a candidarsi con i Democratici al senato. Divenuto presidente del Comitato per le foreste, la caccia e la pesca, si batte con grande energia per la salvaguardia e il rispetto delle risorse naturali del Paese.
L’anno seguente diviene Sottosegretario alla marina, incarico che manterrà per diversi anni. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Roosevelt conclude questo primo periodo della sua vita politica ritirandosi a vita privata (non senza avere avuto la soddisfazione di vedersi proposto alla vicepresidenza degli Stati Uniti).
Nel 1921 si ammala gravemente di poliomelite, perdendo completamente l’uso delle gambe; da allora in poi è costretto a servirsi di un busto di acciaio e a camminare con le stampelle. Tutti pensano che l’infermità rappresenti un ostacolo insormontabile al prosieguo di ogni altra attività ma, con grande forza d’animo, reagisce e trova la forza di tornare ad occuparsi di affari e di politica.
Nel 1928 la Convenzione Democratica lo nomina candidato alla carica di governatore dello Stato di New York, traguardo che raggiunge con successo. Si getta quindi con entusiasmo nella campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti d’America, coadiuvato da un formidabile “trust di cervelli”, sebbene ciò gli costi una considerevole fatica fisica. Alle elezioni risulta vincitore anche se con una maggioranza ristretta.
Nei primi cento giorni del suo mandato, Franklin Delano Roosevelt propone un programma radicale per rimettere in sesto l’agricoltura, sostenere i disoccupati e coloro che rischiano di perdere case e fattorie; il piano comprende anche delle riforme, che trovano una prima attuazione nella costituzione della Tennessee Valley Authority. Nel 1935 il paese è ormai in ripresa, ma la classe industriale e le banche non appoggiano il programma di Roosevelt, il cosiddetto New Deal. Temono gli effetti dei suoi “esperimenti” (maggiori tasse sulla ricchezza, nuovi controlli sulle banche e sulle funzioni pubbliche e un enorme programma di lavoro per i disoccupati).
E’ un periodo caratterizzato da una quantità di contraddizioni (tanto da generare discordanze anche fra gli storici più recenti), tuttavia il New Deal segnerà indubbiamente l’inizio di un periodo di riforme economiche e sociali che solleveranno ad un livello mai raggiunto prima le forze progressiste e democratiche degli Stati Uniti. Non a caso Roosevelt sarà l’unico presidente ad essere eletto per quattro volte consecutive.
Intanto si affacciano alle porte i drammatici avvenimenti che segneranno la Seconda Guerra Mondiale. Il 7 dicembre 1941, in seguito all’attacco di Pearl Harbor (che rappresentò per l’America un vero e proprio choc), dichiara guerra al Giappone entrando nel conflitto mondiale a fianco di Gran Bretagna e Russia.
Nel febbraio 1945 partecipa assieme a Winston Churchill e Stalin alla conferenza di Yalta, evento che influenzerà le sorti di tutto il mondo post-bellico.
Franklin Delano Roosevelt muore il 12 aprile 1945, durante i primi mesi del suo quarto mandato, stroncato da un’emorragia cerebrale.
Aforismi di Franklin Delano Roosevelt
È buonsenso prendere un metodo e provarlo. Se fallisce, ammettilo con franchezza e provane un altro. Ma soprattutto, prova qualcosa.
Osa cose straordinarie, trionfa in gloria, anche se screziato dall’insuccesso, piuttosto che schierarti tra i poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nell’indistinto crepuscolo che non conosce vittorie e sconfitte.
L’unica cosa di cui aver paura è la paura.
Fai ciò che puoi, con ciò che hai, dove sei.
La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature.
Più che una fine della guerra, vogliamo la fine dei principi di tutte le guerre.
Nessuno può farti sentire infelice se tu non glielo consenti.
La nazione che distrugge il suo suolo distrugge se stessa.
Quanti sono gli esperti, tante sono le opinioni.

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Un pensiero dietro le sbarre
Antonio Gramsci nasce ad Ales, in Sardegna, il 22 gennaio 1891, quarto dei sette figli avuti da Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias.
Al periodo del trasferimento della famiglia a Sòrgono (in provincia di Nuoro), risale, dopo una caduta, la malattia che gli lascerà una sgradevole malformazione fisica: la schiena, infatti, andrà lentamente incurvandosi mentre le cure mediche tenteranno invano di arrestare la sua deformazione.
Il giovane Antonio respira in famiglia un’atmosfera difficile, a causa soprattutto dell’irrequieto padre, protagonista nel 1897 di una sospensione dall’impiego e di un arresto per irregolarità amministrative. Nel 1905 riesce comunque ad iscriversi al liceo-ginnasio di Santu Lussurgiu, mentre nel 1908 cambia e approda al liceo Dettori di Cagliari, città dove in pratica comincia a condurre una vita autonoma. Inizia a leggere la stampa socialista che il fratello Gennaro gli invia da Torino.
Insieme a molti giovani del liceo Dettori, Gramsci partecipa alle “battaglie” per l’affermazione del libero pensiero e a discussioni di carattere culturale e politico. In quel periodo abita in una poverissima pensione in via Principe Amedeo, e le cose non cambiano certo in meglio quando si trasferisce in un’altra pensione di Corso Vittorio Emanuele.
Cagliari, in quel tempo, è una cittadina culturalmente vivace, dove si diffondono i primi fermenti sociali che influiranno notevolmente sulla sua formazione complessiva, sia sul piano culturale che caratteriale. A scuola si distingue per i suoi vivi interessi culturali, legge moltissimo (in particolare Croce e Salvemini), ma rivela anche una notevole tendenza per le scienze esatte e per la matematica.
Conseguita la licenza liceale, nel 1911 vince una borsa di studio per l’università di Torino. Si trasferisce così in quella città e si iscrive alla facoltà di Lettere. Stringe amicizia con Angelo Tasca, già socialista.
Vive i suoi anni universitari in una Torino industrializzata, dove sono già sviluppate le industrie della Fiat e della Lancia. È in questo periodo di forti agitazioni sociali che matura la sua ideologia socialista. A Torino frequenta anche gli ambienti degli immigrati sardi; l’interesse per la sua terra, infatti, sarà sempre vivo in lui, sia nelle riflessioni di carattere generale sul problema meridionale che per ciò che riguarda gli usi e i costumi.
Gli interessi politici lo vedono organizzatore instancabile di numerose iniziative, tanto che addirittura di lì a qualche anno lo troviamo in Russia. Si sposa a Mosca con una violinista di talento che gli darà due figli per i quali, dal carcere italiano di cui in seguito patirà i rigori, scriverà una serie di commoventi favole pubblicate con il titolo “L’albero del riccio”.
Nel frattempo, avendo in precedenza aderito al Psi, si convince che bisogna dar vita a un partito nuovo, secondo le direttive di scissione già indicate dall’Internazionale comunista. Nel gennaio del 1921 si apre a Livorno il 17° congresso nazionale del Psi; le divergenze tra i vari gruppi: massimalisti, riformisti ecc., inducono l’intellettuale italiano e la minoranza dei comunisti a staccarsi definitivamente dai socialisti. Nello stesso mese di quell’anno, nella storica riunione di San Marco, nasce il Partito comunista d’Italia: Gramsci sarà un membro del Comitato centrale.
Nel 1926 viene arrestato dalla polizia fascista nonostante l’immunità parlamentare. Il re e Mussolini, intanto, sciolgono la Camera dei deputati, mettendo fuori legge i comunisti. Gramsci e tutti i deputati comunisti sono processati e confinati: Gramsci inizialmente nell’isola di Ustica poi, successivamente, nel carcere di Civitavecchia e Turi. Non essendo adeguatamente curato è abbandonato al lento spegnimento fra sofferenze fisiche e morali.
Muore nel 1937, dopo undici anni di prigionia, senza aver mai rivisto i figlioletti. Negli anni della reclusione scrive 32 quaderni di studi filosofici e politici, definiti una delle opere più alte e acute del secolo; pubblicati da Einaudi nel dopoguerra, sono noti universalmente come i “Quaderni dal carcere”, e godono tuttora di innumerevoli traduzioni e di altissima considerazione presso gli intellettuali di tutti i Paesi.
Aforismi di Antonio Gramsci
- L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari.
- Ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione.









































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