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Dettagli del libro
•Titolo: Imparare democrazia
•Autore: Zagrebelsky Gustavo
•Editore: Einaudi
•Data di Pubblicazione: 2007
•Collana: Einaudi tascabili. Saggi
•ISBN: 8806186442
•Pagine: 182
•Reparto: Politica
Un saggio di Gustavo Zagrebelsky – una riflessione – che poggia su convinzioni maturate in lunghi anni di dedizione all’argomento, in cui vengono descritti significati e storia di un modello politico che aspira all’uguaglianza, al dialogo e all’esercizio dei diritti di ciascuno e di tutti.
Completa il volume una scelta di testi sul concetto di democrazia, significativi seppur non tutti canonici, di autori d’ogni tempo.
In appendice brani di:
Aristofane
Gennaro Cariilo
Erodoto
Cicerone
Charles-Louis de Montesquieu
Norberto Bobbio
Gustavo Zagrebelsky
Aléxis de Tocqueville
Hannah Arendt
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Il commento:
Secondo un luogo comune, l’attaccamento alla democrazia si svilupperebbe da solo, causa ed effetto della democrazia stessa: tanta più democrazia, tanta più virtù democratica. Un circolo meraviglioso! La democrazia sarebbe l’unica forma di governo perfettamente autosufficiente, rispetto a ciò che Montesquieu denominava il suo ressort, la molla spirituale. Basterebbe metterla in moto, all’inizio; poi, le cose andrebbero da sè per il meglio.
Ebbene, a distanza di qualche decennio dalla Costituzione, uno scritto famoso di Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, 1984) tra le “promesse non mantenute” della democrazia indicava lo spirito democratico.
Invece dell’attaccamento, cresce l’apatia politica.
In Italia, e forse non solo, si è democratici non per convinzione, ma per assuefazione e l’assuefazione può portare alla noia, perfino alla nausea e al rigetto.
È pur vero che la partecipazione può improvvisamente infiammarsi e l’indifferenza può essere spazzata via da ventate di mobilitazione, in situazioni eccezionali. Sono però reviviscenze che non promettono nulla di buono.
Gli elettori, eccitati, si mobilitano su fronti opposti per sopraffarsi, al seguito di parole d’ordine elementari: bene-male, amore-odio, verità-errore, vita-morte, patriottismo-disfattismo, ecc., cose che lestofanti della politica spacciano come rivincita dei valori sul relativismo democratico. Parole che potranno forse servire a vincere le elezioni ma intanto spargono veleni, senza che un’opinione pubblica consapevole sappia difendersi, dopo che la routine l’ha resa ottusa. Un difetto e un eccesso: l’uno indebolisce, l’altro scuote alle radici.
Apatia e sovreccitazione sono qui a dimostrare che l’ethos della democrazia non si produce da sè. Monarchie, dispotismi, aristocrazie e repubbliche hanno avuto i loro pedagoghi: Senofonte, Cicerone, Machiavelli, Bossuet, Montesquieu…
Le rivoluzioni hanno avuto i loro catechismi.
La democrazia invece ha politologi e costituzionalisti,non bastano, il loro compito è studiare e spiegare regole esterne di funzionamento ma ciò che qui importa, il fattore spirituale, normalmente sfugge.
Il loro pubblico, poi, non è certo il cittadino comune, come dovrebbe essere, in quanto si sia in democrazia.
Naturale dunque è che si guardi alla scuola e al suo compito di formazione civile. Il decalogo che segue è una semplice proposta.
L’idea:
La mancanza di «un’autentica pedagogia democratica» è il tarlo che muove in questo libro Gustavo Zagrebelsky, docente di diritto costituzionale nell’Università di Torino e presidente emerito della Corte costituzionale.
Tarlo tanto più corrosivo, quanto più si parta, come fa l’Autore, da un «uso intensivo ed estensivo» della parola ‘democrazia’… «La domanda è se si possa insegnare non la democrazia, ma l’adesione alla democrazia: se si possa insegnare non che cosa è la democrazia, ma ad essere democratici, cioè ad assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica».
Tarlo tanto più corrosivo, quanto più si parta, come fa l’Autore, da un «uso intensivo ed estensivo» della parola ‘democrazia’ che ne ha fatto un «concetto idolatrico onnicomprensivo, sintesi di tutte le cose buone e belle che riguardano la vita dello stato, della società e perfino della famiglia e degli individui tra loro» (p. 3).
Tarlo tanto più corrosivo quanto più si abbia consapevolezza «che non bastano buone regole, ma che occorrono anche uomini buoni» (p. 13) perché esse possano svolgere efficacemente la loro funzione.
Zagrebelsky prova a confrontarcisi proponendo un decalogo di «contenuti minimi necessari dell’ethos democratico» e portandosi dietro un’antologia di motivi e riflessioni, che spaziano da Erodoto a Montesquieu, da Tocqueville a Bobbio, da Brecht ad Hannah Arendt (per citarne alcuni).
«La democrazia è relativistica», scrive Zagrebelsky, «non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa» (p. 15), i principi democratici.
Sembra affacciarsi, in queste parole, il rischio di un’aporia, che pretende di sottrarre volontaristicamente il relativismo della democrazia procedurale al nichilismo della tarda modernità.
Ma l’antidoto è nello stesso, tanto vituperato, ‘relativismo’ che presuppone pur sempre un confronto, e quindi una compresenza di valori, e non già il loro semplice congedo.
Chissà se sia possibile insegnare a essere democratici?
Zagrebelsky esclude che si possa farlo scientificamente («sono dilagati politologi e costituzionalisti, ma non bastano», p. 8), e forse non sarà efficace un decalogo, almeno quanto non lo è stato, fino ad oggi, una prescrizione didattica alla “educazione civica”.
Ma se è vero che «la democrazia non promette nulla a nessuno, ma richiede molto a tutti» (p. 46), vale la pena di mettersi in gioco, per trovare lo spazio (e il modo) della convivenza.
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