Archivio per la categoria 'Democrazia'

Unipol Bnl, senatore Latorre: Giusto interessarsi all’operazione

 Fonte : Reset ”libere voci della società civile”

Roma, 27 lug. (Apcom)

L’iniziativa dell’Opa Unipol su Bnl “non poteva non suscitare l’interesse del mondo politico che non soltanto è, ma deve essere, come accade in tutto il mondo occidentale, sensibile agli assetti economici e finanziari”.
Nicola Latorre, vicepresidente dei senatori dell’Ulivo, tra gli esponenti Ds intercettati nell’ambito dell’inchiesta milanese, offre con una lettera al Corriere della Sera la sua versione dei fatti, confermando il suo “rammarico” per “il mancato successo di quella operazione”.
Nella missiva, quasi una memoria scritta, Latorre ricostruisce le tappe della vicenda dimostrando come “nonostante il clamore”, “nulla è stato poi osservato in merito al periodo in cui queste conversazioni sono avvenute: in quel momento – sottolinea, date alla mano, l’esponente ds – nulla più poteva essere fatto per creare i presupposti per l’insider trading o l’aggiottaggio.
Le azioni erano già state acquisite e i giornali, infatti, avevano già dato notizia dell’Opa”. Insomma, prosegue Latorre, “ritengo che non ci sia alcunché di illecito in questi comportamenti né tanto meno di opaco”.
Puntando il dito contro la “fuga di notizie” e il mancato accertamento dei responsabili, il vice capogruppo ulivista ribadisce infine la sua disponibilità “a fornire ogni chiarimento ritenuto necessario nelle sedi opportune a prescindere dal mio ruolo di parlamentare.
Ci sono poi prerogative che sono nella esclusiva disponibilità della Giunta per le autorizzazioni del Parlamento. Io – conclude – condividerò ogni decisione presa in quella sede, tanto più quella di autorizzare l’uso delle intercettazioni”.

Ci Prendono per i Fondelli, QUESTI SONO SENATORI E CREDONO DI MELEGGIARE I CITTADINI.

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La Democrazia “Sotto Assedio”

6/7/2007

La democrazia del veto

LUIGI LA SPINA

Estratto da la stampa.it.

In Italia è avvenuto un colpo di stato con il quale la democrazia parlamentare è stata sostituita dalla democrazia consensuale. Il cambio di regime non è capitato in una tenebrosa «notte dei generali», come di consueto, ma è avvenuto con una silenziosa ma efficacissima rivoluzione che ha esteso questo sistema di governo dalla politica all’intera nostra società.

Quello che è successo, ormai, è sotto gli occhi di tutti, anche se molti fanno finta di non vederlo. Il Parlamento, come luogo di rappresentanza e di sintesi politica degli interessi, è stato completamente esautorato. Senatori e deputati sono alla ricerca disperata di una funzione perduta che cercano pateticamente di ritrovare o con una battuta che riesca a «bucare» il solito tran-tran dei panini televisivi o gridando al tradimento di un’identità scomparsa. Gli ultimi casi sono illuminanti: Storace, novello Diogene, vuole scovare dov’è finita la destra smarrita; Mussi e compagni dove si è cacciata la sinistra dimenticata. Tutti, con un’interpretazione davvero balorda del maggioritario, si sono autoesclusi dal compito per cui sono stati eletti: trovare, sui vari problemi, una sintesi politica in nome dell’interesse generale. Non possono più farlo perché non sono più rappresentanti di legittimi interessi settoriali, ma solo pedine di eserciti contrapposti, in attesa di votare per la sconfitta del leader avversario, nella totale noncuranza del merito delle questioni da affrontare. Se qualsiasi argomento serve non per far prevalere una tesi o l’altra, ma per riuscire a compiere o a sventare un agguato parlamentare, non contano le teste, bastano le dita sul rosso o sul verde.

Il governo, poi, come dimostra anche la dichiarazione di Prodi sul cosiddetto «scalone» pensionistico in antitesi con quella di D’Alema di qualche giorno fa, è costantemente sotto ricatto da parte di un partito o da una frazione di partito, da un sindacato o da una frazione di sindacato, per cui la regola fondamentale della politica è mutata completamente: la democrazia non è più la verifica della maggioranza, ma la raccolta del consenso. Una campagna elettorale permanente trasforma la ricerca del massimo comune denominatore, per risolvere un problema, nell’invenzione di quel minimo comune che riesce ad accontentare il maggior numero di persone interessate a quel provvedimento.

PRECHE’ ACCADE TUTTO QUESTO????

Semplice, perchè bisogna votare il Referendum

Dove si può votare il Referendum???

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Approfondimenti: Al 07/07/2007

Lo sfogo di Massimo: qui crolla la baracca

Bertinotti: “Sulle pensioni non voglio la crisi ma ammetto che il rischio esiste”

Prodi: “Doveroso abolire lo scalone” Dini: “Se le cose stanno così io voto no”

Marini: «Per pensioni serve unità nazionale»

Il trionfo dei veti “Perché la concertazione si è impantanata”

Pensioni, D’Alema: “Non considero il tema come una grande priorità” “Non abbiamo i soldi per abolire lo scalone” Il vicepremier da Pistoia: “Anche se li avessimo, ritengo sarebbe sbagliato metterli tutti in una operazione di questo tipo”.

I Riformisti del 1999

D’Alema: pensioni e riformenella “terza via” italiana “Subito il nuovo Welfare”
D’Antoni: “Non si cambia”

Cosa è, il grande centro democratico

 Alcuni Buoni motivi per votare il Referendum, sulla legge elettorale.

La rappresentazione grafica del grande centro Democratico .

 Fonte in Estratto:Blog Ernesto Scontento

SE LA POLITICA AVESSE UNA LOGICA RAZZIONALE, L’ESSERE UMANO SAREBBE IDIOTA DALLA NASCITA!

Invece un altro tormentone che spesso viene riproposto a tempi alterni è quello del grande centro.

Ma i più giovani, quelli che nel 1994 avevano quattordici anni , si potrebbero domandare, MA COSE IL GRANDE CENTRO?

Da un sondaggio di Renato Mannheimer e pubblicato sul corriere della sera del 05/12/2006 dal titolo “L’OSSERVATORIO Il Grande centro può attrarre un elettore su tre “.

Con il termine grande centro, si intende quell’area politica dove risiedono tutte le forse politiche sia di destra che di sinistra, ma che sono moderate nell’esercizio dell’attività politica e, che riconoscono La Democrazia come forma di governo, tanto da essere considerata un valore universale e irrinunciabile.

Alla luce di quanto scritto la dicitura giusta è quella di Ralf Gustav Dahrendorf “ Il Grande Centro Democratico”

In quest’area politica risiedono tutte quelle forse moderate e Democratiche, indipendentemente da essere di ispirazione laica o cattolico cristiana.

Si evince che il grande centro è un’area della politica che deve essere divisa in due per formare il CXS o il CXD, le altre due aree della politica sono quelle classiche di destra e sinistra, ma a questo punto diventano aree politiche dove si collocano i partiti non moderati nell’esercizio politico.

Per far capire, perchè in Italia tutti corrono al grande centro evocando la ex DC basta basta fare un piccolo riepilogo storico.

Alle elezioni politiche del 1992 la DC raccolse il 29,7% (il suo minimo storico) e anche gli altri partiti del Pentapartito furono penalizzati. Nello stesso anno scoppiò lo scandalo di Tangentopoli e, dopo oltre cinquant’anni di attività, dopo la crisi dovuta all’inchiesta giudiziaria denominata Mani pulite, il 18 gennaio 1994 il partito (guidato da Mino Martinazzoli) deliberò il mutamento di nome riprendendo quello del partito fondato da Sturzo nel 1919: Partito Popolare Italiano (PPI).
Come potete vedere il 29,7% è il minimo storico per la vecchia DC, oggi nessun partito singolarmente arriva a tanto.

Svelato l’arcano dei sogni latenti dei nostri politici,veniamo alla realtà della situazione Italiana.

Il grande centro democratico secondo Ralf Gustav Dahrendorf :

Per spiegare il collocamento dei Partiti Dahrendorf disegna il grande centro democratico con tre cerchi due che si toccano su un lato e uno sovrapposto che ricopre il 50% dell’area di entrambi i cerchi, ecco il cerchio sovrapposto è il grande centro Democratico.

Questo cerchio viene diviso in due parti uguali che formano il CXS e CXD, la diagonale di divisione e il confine fra le due aree.

La forza del grande centro sarà l’elettorato mobile quello che sta sulla riga di confine!!!questo insegna la Democrazia Americana, ma è anche quello che emerge dallo studio di Mannheimer.

Perchè?

“lo spessore del confine fra cxd e cxs è come una punta di lapis… ( Ralf Gustav Dahrendorf)”

Seguendo lo schema di Dahrendorf, emerge un paradosso, che vale la pena di capire per capire l’attuale situazione Italiana.
Ci sono Partiti che sono più vicini fra loro nelle aree di centro CXS. e di CXD. ; infatti le forze politiche di ispirazione cattolica sono quelle che oggi militano sia nel CXD che nel CXS .
Questo significa che non sono i valori Cattolici a fare la differenza….MA E’ L’ANTI BERLUSCONISMO!!!
Va però tenuto presente, che solo una legge elettorale in senso maggioritario da forza al grande centro democratico e, preferibilmente a doppio turno, più consona all’elettorato Italiano.
Quello che sta accadendo è impensabile che durerà molto, le minoranze stanno imponendo l’agenda di governo alla maggioranza della coalizione;così si delude l’elettorato di centro, facendo acquisire vitalità alle alee estreme, che stanno appagando il loro elettorato e fanno riflettere l’elettorato di C.S.
Oggi nel 2006 il conflitto non è più fra destra è sinistra, ma è fra chi vuole meno stato è chi vuole più stato in economia, fra chi vuole politici dalle mani pulite e chi no.
Entrambi gli schieramenti devono avere in comune valori universalmente condivisi, quali Libertà, Democrazia, laicità dello Stato,Stato sociale che non vuol dire stato assistenziale, ma società responsabile socialmente a tutti i livelli, questo garantirebbe, anche in caso di cambio di governo fra uno schieramento e l’altro, che la società vada avanti a piccole riforme e, non come oggi che ogni schieramento demolisce ciò che ha fatto l’altro, lasciando gli operatori economici sempre in eterna incertezza.
I mercati per progredire hanno bisogno di stabilità e certezza del diritto, la certezza del diritto e significativo di giustizia, la stabilita e significativo di fiducia.

PER QUANTO SOPRA SCRITTO IO NON CREDO CHE QUESTO GOVERNO COSI COMPOSTO DURERA’ MOLTO, E I MOTIVI SONO OVVI !!!!

Sondaggio Corriere Della Sera:

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L’obbedienza non è più una virtù

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  • Introduzione
  • I testi
  • I cappellani militari e l’obiezione di coscienza
  • Lettera ai cappellani Militari Toscani che hanno sottoscritto
  • il comunicato dell’11 febbraio 1965
  • Lettera ai giudici
  • Vita di don Lorenzo
  • Bibliografia minima

Imparare la democrazia

Dal sito dell’editore:

Dettagli del libro

•Titolo: Imparare democrazia
•Autore: Zagrebelsky Gustavo
•Editore: Einaudi
•Data di Pubblicazione: 2007
•Collana: Einaudi tascabili. Saggi
•ISBN: 8806186442
•Pagine: 182
•Reparto: Politica
Un saggio di Gustavo Zagrebelsky – una riflessione – che poggia su convinzioni maturate in lunghi anni di dedizione all’argomento, in cui vengono descritti significati e storia di un modello politico che aspira all’uguaglianza, al dialogo e all’esercizio dei diritti di ciascuno e di tutti.
Completa il volume una scelta di testi sul concetto di democrazia, significativi seppur non tutti canonici, di autori d’ogni tempo.
In appendice brani di:
Aristofane
Gennaro Cariilo
Erodoto
Cicerone
Charles-Louis de Montesquieu
Norberto Bobbio
Gustavo Zagrebelsky
Aléxis de Tocqueville
Hannah Arendt

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Il commento:
Secondo un luogo comune, l’attaccamento alla democrazia si svilupperebbe da solo, causa ed effetto della democrazia stessa: tanta più democrazia, tanta più virtù democratica. Un circolo meraviglioso! La democrazia sarebbe l’unica forma di governo perfettamente autosufficiente, rispetto a ciò che Montesquieu denominava il suo ressort, la molla spirituale. Basterebbe metterla in moto, all’inizio; poi, le cose andrebbero da sè per il meglio.

Ebbene, a distanza di qualche decennio dalla Costituzione, uno scritto famoso di Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, 1984) tra le “promesse non mantenute” della democrazia indicava lo spirito democratico.
Invece dell’attaccamento, cresce l’apatia politica.

In Italia, e forse non solo, si è democratici non per convinzione, ma per assuefazione e l’assuefazione può portare alla noia, perfino alla nausea e al rigetto.

È pur vero che la partecipazione può improvvisamente infiammarsi e l’indifferenza può essere spazzata via da ventate di mobilitazione, in situazioni eccezionali. Sono però reviviscenze che non promettono nulla di buono.
Gli elettori, eccitati, si mobilitano su fronti opposti per sopraffarsi, al seguito di parole d’ordine elementari: bene-male, amore-odio, verità-errore, vita-morte, patriottismo-disfattismo, ecc., cose che lestofanti della politica spacciano come rivincita dei valori sul relativismo democratico. Parole che potranno forse servire a vincere le elezioni ma intanto spargono veleni, senza che un’opinione pubblica consapevole sappia difendersi, dopo che la routine l’ha resa ottusa. Un difetto e un eccesso: l’uno indebolisce, l’altro scuote alle radici.

Apatia e sovreccitazione sono qui a dimostrare che l’ethos della democrazia non si produce da sè. Monarchie, dispotismi, aristocrazie e repubbliche hanno avuto i loro pedagoghi: Senofonte, Cicerone, Machiavelli, Bossuet, Montesquieu…

Le rivoluzioni hanno avuto i loro catechismi.

La democrazia invece ha politologi e costituzionalisti,non bastano, il loro compito è studiare e spiegare regole esterne di funzionamento ma ciò che qui importa, il fattore spirituale, normalmente sfugge.

Il loro pubblico, poi, non è certo il cittadino comune, come dovrebbe essere, in quanto si sia in democrazia.

Naturale dunque è che si guardi alla scuola e al suo compito di formazione civile. Il decalogo che segue è una semplice proposta.

L’idea:

La mancanza di «un’autentica pedagogia democratica» è il tarlo che muove in questo libro Gustavo Zagrebelsky, docente di diritto costituzionale nell’Università di Torino e presidente emerito della Corte costituzionale.

Tarlo tanto più corrosivo, quanto più si parta, come fa l’Autore, da un «uso intensivo ed estensivo» della parola ‘democrazia’… «La domanda è se si possa insegnare non la democrazia, ma l’adesione alla democrazia: se si possa insegnare non che cosa è la democrazia, ma ad essere democratici, cioè ad assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica».
Tarlo tanto più corrosivo, quanto più si parta, come fa l’Autore, da un «uso intensivo ed estensivo» della parola ‘democrazia’ che ne ha fatto un «concetto idolatrico onnicomprensivo, sintesi di tutte le cose buone e belle che riguardano la vita dello stato, della società e perfino della famiglia e degli individui tra loro» (p. 3).
Tarlo tanto più corrosivo quanto più si abbia consapevolezza «che non bastano buone regole, ma che occorrono anche uomini buoni» (p. 13) perché esse possano svolgere efficacemente la loro funzione.

Zagrebelsky prova a confrontarcisi proponendo un decalogo di «contenuti minimi necessari dell’ethos democratico» e portandosi dietro un’antologia di motivi e riflessioni, che spaziano da Erodoto a Montesquieu, da Tocqueville a Bobbio, da Brecht ad Hannah Arendt (per citarne alcuni).
«La democrazia è relativistica», scrive Zagrebelsky, «non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa» (p. 15), i principi democratici.

Sembra affacciarsi, in queste parole, il rischio di un’aporia, che pretende di sottrarre volontaristicamente il relativismo della democrazia procedurale al nichilismo della tarda modernità.
Ma l’antidoto è nello stesso, tanto vituperato, ‘relativismo’ che presuppone pur sempre un confronto, e quindi una compresenza di valori, e non già il loro semplice congedo.

Chissà se sia possibile insegnare a essere democratici?
Zagrebelsky esclude che si possa farlo scientificamente («sono dilagati politologi e costituzionalisti, ma non bastano», p. 8), e forse non sarà efficace un decalogo, almeno quanto non lo è stato, fino ad oggi, una prescrizione didattica alla “educazione civica”.
Ma se è vero che «la democrazia non promette nulla a nessuno, ma richiede molto a tutti» (p. 46), vale la pena di mettersi in gioco, per trovare lo spazio (e il modo) della convivenza.

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