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Pd, un rischio per il nuovo partito il vecchio “vizio” del verticismo. L’allarme di Bersani e di Chiti

Fonte: L’Unità

Pd, un rischio per il nuovo partito il vecchio “vizio” del verticismo. L’allarme di Bersani e di Chiti

Luca Sebastiani

Su un punto si dicono tutti d’accordo: il Partito democratico dovrà nascere dal basso ed essere federalista, altrimenti non sarà. Ma è in questa direzione che si sta avviando il processo fondativo del nuovo soggetto?

Sulla risposta a questa domanda e la costatazione della realtà effettiva si apre invece il fronte del dissenso e s’innestano le polemiche che in questi giorni estivi stanno attraversando il dibattito intorno alle liste regionali del Pd.

Da giorni, infatti, circolano voci di accordi a tavolino tra i gruppi dirigenti dei Democratici di sinistra e Margherita, voci che parlano di trattative oggetto delle quali sarebbero la spartizione delle segreterie regionali. Una ai Ds, l’altra al partito di Francesco Rutelli. Voci talmente insistenti che alla fine Goffredo Bettini, braccio destro del candidato Walter Veltroni si è sentito di smentire categoricamente. Semmai, dice il senatore, sul territorio regna un vero e proprio caos, una sorta di confusione «democratica» che garantisce che la dialettica a livello territoriale sia ancora aperta. E parla di una «velenosa accusa nei confronti di Walter».

In effetti a rimetterci di più in questa polemica è proprio Veltroni. In quanto candidato designato dalle due maggiori formazioni del processo costitutivo del Pd, è lui che può apparire come il garante delle «logiche d’apparato» e che, in questa veste, è il centro degli attacchi dei suoi avversari. A determinare la situazione ci sono innanzitutto le regole. Rosy Bindi, candidata alla segreteria, non ha dubbi in proposito, del resto, rivendica, «io sono stata la prima a denunciarle». È chiaro, dice la ministra della Famiglia, che la «lista che parte con un consenso organizzato si mangia tutto». Di qui il rischio che dalle pagine dell’Unità individuava anche il ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, che cioè ci sia una verticalizzazione a cascata sulle liste regionali, che i territori che dovevano mantenere una loro autonomia federalista siano invece prigionieri di scelte dall’alto.

Bindi, anche in considerazione di «quello che succede in Toscana», è d’accordo con il giudizio del ministro e denuncia la tentazione «dell’alto» che sta determinando le scelte territoriali. Ma resta combattiva, del resto, dice, uno dei motivi per cui si è candidata è proprio per far sì che il nuovo partito sia veramente nuovo e aperto. Chi non condivide la visione verticistica imposta dalle regole è Antonello Soro della Margherita, che quelle regole ha contribuito a stendere. C’è una «soglia bassa» d’accesso alle primarie, dice, e la procedura garantisce «un processo aperto». Se poi ci siano dirigenti tentati dalle scelte verticali, quella è un’altra storia, più politica.

Su questo punto converge anche il ragionamento della Bindi che a questo punto considera il nodo squisitamente politico perchè se ormai le regole ci sono, quello che «deve cambiare è la politica». E, avverte, lei «verificherà» che la volontà politica del cambiamento si traduca in atti, da parte di tutti.

Tra gli sfidanti di Veltroni anche Enrico Letta condivide il timore di Bersani e Bindi. Il nuovo soggetto non deve «nascere dall’alto» come sta accadendo e confessa che è proprio per dare la parola al popolo dal basso, anche e soprattutto a livello regionale, che ha deciso di scendere in campo, «di metterci la faccia».

Ma insomma, qual è la situazione sul territorio? Non molto chiara a dire il vero, confusa anche per le polemiche e le accuse di questi giorni. Se infatti la Bindi denuncia una decisione dall’alto per quanto concerne la sua regione, la Toscana, vede altre realtà in cui la faccenda è più aperta e chiede che così rimanga. Di parere opposto alla ministra il diretto interessato della polemica, Andrea Manciulli, segretario regionale dei Ds e molto probabilmente prossimo candidato alla segreteria regionale toscana del Pd in ticket con l’attuale segretaria margheritina Caterina Bini. In effetti la conformazione della squadra fa pensare ad una replica del tandem nazionale Veltroni Franceschini, ma Manciulli non ci sta a passare per il candidato dell’apparato. «Io e la Bini facciamo settant’anni in due, ho la tessera dei Ds da neanche dieci anni, di quali apparati parliamo?». L’apertura effettiva, dice il diessino, la stiamo facendo praticando «il metodo partecipativo per la raccolta delle adesioni» e per la formazione di una lista aperta al territorio.

Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 11.06

Cosa significa essere Democratici

Stati Uniti / Intervista a George Lakoff

Fonte: www.rassegna.it, 6 luglio 2007

Cosa significa essere Democratici

“Esistono due teorie. Quella tradizionale sostiene che c’è una linea che va da sinistra a destra passando per il centro verso il quale bisogna spostarsi se si vogliono vincere le elezioni. È una falsità, perché non esiste un’ideologia di centro e le convinzioni di chi afferma di essere centrista sono assai disparate, se analizzate con attenzione. Ma il pericolo, se ci si sposta verso destra, è quello di rinunciare alla propria visione del mondo.”

di Martina Toti

Un po’ come nella canzone “Destra-Sinistra” di Giorgio Gaber, che ironicamente divideva cibi, vestiti e mode secondo le ideologie, George Lakoff, un cognitivista prestato alla scienza politica, sa esattamente cosa è di destra e cosa è di sinistra. Progressisti e conservatori non dovrebbero parlare la stessa lingua. O meglio non dovrebbero attivare gli stessi modelli culturali, quelli che Lakoff, che insegna linguistica all’università di Berkeley e dirige il Rockridge Institute, chiama frame – in inglese inquadrature. I frame si accendono nelle sinapsi del nostro cervello ogni volta che pensiamo a un concetto. Almeno negli Stati Uniti – ma forse anche da noi – le scelte politiche si possono ricondurre a due modelli culturali di famiglia: quello conservatore dominato dalla figura maschile di un padre severo che impone la propria disciplina, e quello progressista dove entrambi i genitori provvedono premurosamente ai propri figli.
Finora i conservatori sono riusciti a inquadrare meglio il loro modello – lamentava Lakoff nel suo libro “Non pensare all’elefante” (Fusi Orari. I libri di Internazionale, 2006) –, così i democratici si sono trovati a reagire secondo schemi a loro estranei e a parlare la lingua degli avversari. A campagna elettorale iniziata, abbiamo chiesto a questo linguista di spiegarci meglio la sua teoria. I candidati democratici sarebbero in grado oggi di superare il test del framing?

Rassegna, Quali sono i concetti fondamentali che modellano il discorso pubblico progressista e quello conservatore negli Stati Uniti?

Lakoff, Dietro il discorso democratico progressista ci sono due nozioni fondamentali: empatia e responsabilità. Da questi due principi derivano altre idee di fondo: protezione, giustizia, benessere. La prospettiva conservatrice si basa su altri concetti: obbedienza al padre-presidente e responsabilità individuale; ognuno deve preoccuparsi di se stesso e non esiste alcuna responsabilità sociale.

Rassegna, Quali sono le conseguenze politiche di queste due diverse prospettive?

Lakoff, Se sei un progressista sei convinto che il governo esiste per proteggere le persone e per rafforzarle. Protezione non significa semplicemente sicurezza militare o polizia, ma anche difesa dell’ambiente, social security, possibilità di fare affidamento su una pensione, su un sistema sanitario universale, su un sistema universitario accessibile. Anche il benessere comune è molto importante: l’idea progressista è che tutti debbano avere la possibilità di accedere alle stesse infrastrutture, di guadagnarsi da vivere e realizzarsi.

Rassegna, Invece, cosa pensa del governo un conservatore?

Lakoff, Pensa che debba essere il mercato a decidere premiando la disciplina e punendo gli indisciplinati. Se sei povero è quello che ti meriti. I conservatori non vogliono interferenze nel mercato, niente che rallenti o ostacoli il profitto: quindi, no alla regolamentazione del governo, no alle tasse, no ai sindacati e alla protezione dei lavoratori, no alle azioni giudiziarie contro aziende come quelle del tabacco. È evidente che si tratta di visioni sociali completamente opposte.

Rassegna, È questo quello che intende quando nei suoi scritti parla di una “guerra civile culturale”?

Lakoff, Solo in parte. Questi sono gli aspetti politici ed economici, ma la “guerra culturale” a cui mi riferisco riguarda soprattutto la politica estera da un lato e la religione dall’altro, dove liberal e conservatori hanno due visioni assolutamente divergenti di come l’America dovrebbe agire.

Rassegna, Lei parla di bi-concettualismo. Di persone che nella loro vita quotidiana combinano i due modelli, per quanto opposti. È su di esse che i candidati democratici dovrebbero concentrarsi in modo da attivare in loro il modello progressista a livello politico e, soprattutto, elettorale?

Lakoff, Mi permetto di fare un passo indietro. Esistono due teorie. Quella tradizionale sostiene che c’è una linea che va da sinistra a destra passando per il centro verso il quale bisogna spostarsi se si vogliono vincere le elezioni. È una falsità, perché non esiste un’ideologia di centro e le convinzioni di chi afferma di essere centrista sono assai disparate, se analizzate con attenzione. Ma il pericolo, se ci si sposta verso destra, è quello di rinunciare alla propria visione del mondo.

Rassegna, E l’altra teoria?

Lakoff, È proprio quella del “bi-concettualismo”. Ci sono elettori che non si considerano né democratici né conservatori ma che già sono d’accordo con i progressisti su molte cose. Perciò, anziché modificare la propria visione morale, bisognerebbe parlare degli argomenti che abbiamo in comune con loro.

Rassegna, Un rimprovero che lei muove ai democratici è che mancano di una visione strategica di lungo termine. Da questo punto di vista, la campagna elettorale ha portato delle novità?

Lakoff, Non solo i democratici non hanno una visione strategica di lungo termine, ma reagiscono ai sondaggi che commissionano e che chiedono agli intervistati di indicare quali siano le loro priorità. In base alle risposte vengono stabiliti i temi attorno ai quali far ruotare la campagna elettorale. I democratici non cercano di cambiare i risultati, di introdurre elementi innovativi.

Rassegna, Lei si lamenta spesso del fatto che i progressisti si preoccupano troppo della visione del mondo dei conservatori. I candidati democratici pensano ancora troppo all’elefante?

Lakoff, Durante questa campagna elettorale sto notando qualche piccolo cambiamento. Hillary Clinton pensa ancora che esista un centro e che occorra spostarsi verso destra. Edwards sembra credere in una sorta di populismo economico: se si dice alla gente le cose che stanno facendo i conservatori e che vanno contro i loro interessi, voterà democratico. Personalmente, non credo affatto che sia una formula vincente perché, in questo modo, si trascura la dimensione culturale. Obama, su alcuni temi, ha una posizione intermedia tra Edwards e la Clinton. Ma i candidati democratici dovrebbero riuscire a non cadere nella trappola degli schemi conservatori

Rassegna, Tirando le somme, se dovesse scegliere il candidato che riesce a formulare meglio il modello democratico progressista, chi supererebbe l’esame?

Lakoff, Hillary Clinton ha indubbiamente l’organizzazione migliore, l’ha costruita per anni e la squadra dell’amministrazione di suo marito è pronta a sostenerla. Anche i sondaggi la danno in testa. È interessante che a seguirla sia Obama che è il candidato più articolato, il miglior comunicatore ma che, per ora, sta cercando di farsi conoscere e di farsi apprezzare, e non sta ancora “ispirando” la gente.

Rassegna, È una scelta strategica?

Lakoff, Credo che stia aspettando l’autunno per dare il meglio di sé. Ora sta costruendo la sua organizzazione. Anche il modo in cui sta raccogliendo i fondi dimostra una strategia opposta rispetto a Hillary Clinton. La Clinton sta cercando di ottenere quante più donazioni possibili dalle persone ricche. Obama, per ora, punta su molte piccole donazioni da parte di quanti più finanziatori possibili, per poi giocarsi i contributi più cospicui più in là nel corso della campagna elettorale.

Rassegna, Per concludere, di cosa hanno bisogno i democratici per vincere le elezioni del 2008?

Lakoff, Una delle ragioni del successo dei conservatori in questo paese è il loro populismo e la loro retorica conservatrice, che è riuscita a convincere molti che i liberal sono opprimenti. Si parla di un’élite liberal, di mezzi di comunicazione liberal, dei ricchi liberal e dei liberal di Hollywood. Si dice che i liberal non sarebbero realmente interessati alle necessità dei poveri o della classe media ma semplicemente degli snob che occupano posizioni di potere. La soluzione? Riformuliamo i nostri discorsi, esprimiamo i nostri valori. Facciamo una politica attiva, non reattiva.

(www.rassegna.it, 6 luglio 2007)

Il Pd sa cos’è la modernità?

Il Pd sa cos’è la modernità? Ecco un test

Aldo Berlinguer

Fonte: L’Unità in estratto 

Fioriscono le iniziative volte a promuovere il Pd, con l’ausilio di altrettante, nuove associazioni. Si sente un’aria di freschezza, partecipazione, novità. La vulgata è sostanzialmente univoca: Ds e Margherita si fondono, altri, forse, si aggiungeranno cammin facendo. Alla guida del nuovo partito sarà Walter Veltroni, che si dice pronto ad aprire ai giovani, al cambiamento, al rinnovamento della politica. Il percorso ha un suo appeal e potrebbe risultare vincente, a patto di assumere alcuni connotati e perderne altri: intanto il tema della fusione, calda o fredda che sia, riflette un’immagine di processo funzionale al sistema politico, non al Paese. Men che meno appassiona il tema della fusione tra identità: nozione ambigua ed abusata. Ha infatti spiegato sin troppo bene Amartya Sen che la concezione «solitarista» dell’identità, con la quale si dividono gli individui in base al credo, tenore sociale, orientamenti politici, sessuali.. ecc è fuorviante e pericolosa e induce ad una «miniaturizzazione» del genere umano. Anche all’interno di Ds e Margherita esistono «identità» eterogenee: gli eventi degli ultimi anni, dalla Bolognina a Firenze, lo confermano.

Giro di Walter

Fonte:L’Espresso.it – in estratto

Giro  di Walter
di Marco Damilano
Il partito da costruire. Lo strappo a sinistra da ricucire. E poi: i rapporti con l’opposizione, la riforma elettorale… Ecco la fitta agenda del candidato leader

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P.D. “Ecco l’ultima bozza del Decalogo”

Estratto La Repubblica.it del 04/07/2007

La bozza delle regole per eleggere l’Assemblea costituente del partito democratico
Dovranno essere approvate, o corrette, tra il 10 e il 12 luglio.

Al voto il 14 ottobre dalle 7 alle 20 Donne, sedicenni, immigrati Per il Pd dai 2400 ai 2900 seggi.

Resta aperta la questione di come liste e candidati devono essere collegati al segretario
Le candidature definite tra la fine di luglio (segretario) e 14 settembre (liste)

Ecco l’ultima bozza del Decalogo (pdf) per le assemblee costituenti. Resta aperta la questione del collegamento fra liste e segretari  

Veltroni: «Niente sogni, servono risposte»

L’ audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo

 

FONTE: SITO EDITORE RIIZZOLI

Autore Obama Barack


Il sogno americano per un mondo nuovo

Con un’introduzione di Walter Veltroni.

Qualche anno fa, con il discorso introduttivo alla convention del Partito democratico entusiasmò il pubblico, ricordando quell’ottimismo nel futuro, da lui definito “audacia della speranza”, che ha sempre guidato il popolo americano.

Avvocato, esperto di diritti civili, senatore per l’Illinois nelle file dei democratici moderati, Barack Obama è uno dei candidati favoriti alla nomination democratica per le elezioni presidenziali del 2008.

Mentre la sua principale avversaria, Hillary Clinton, è l’espressione di una dinastia e dell’establishment, “il Kennedy nero”, come è stato battezzato, è il leader carismatico che rappresenta il cambiamento.

In questo libro, Obama si racconta: essere nato da una madre del Kansas e un padre keniano, aver avuto un patrigno indonesiano e aver vissuto la sua giovinezza tra Hawaii e Indonesia lo rendono capace di rivelare con lucidità i difetti del mondo globalizzato.

E di mettere a punto un “piano di battaglia” e un concreto progetto di “frontiera” per affrontare i gravi problemi del gigante malato: la crescente insicurezza economica delle famiglie americane, le tensioni razziali e religiose interne al corpo politico, le minacce globali, dal terrorismo agli imminenti pericoli ecologici.
Di fronte a questo, sostiene, sono necessari investimenti pubblici nell’educazione, nella scienza e nella tecnologia e nell’energia come chiave per la creazione di nuove opportunità. Ma anche un ritorno allo spirito democratico e ai valori che sono alla base della Costituzione.

E il coraggio di offrire un nuovo sogno ai cittadini statunitensi e a tutti i popoli del mondo. “L’audacia della speranza” è un libro sulla trasformazione del potere che offre la possibilità di avvicinarci ai programmi e alla vita privata di uno dei protagonisti del nostro futuro immediato.
“Se c’è una chiave del successo e del fascino che oggi Barack Obama esercita sugli americani, e non solo su di loro, è proprio questa: la capacità di accendere la speranza , di scaldare i cuori e di far sognare; di cercare, in un Paese che appare stanco delle lotte ideologiche combattute con toni aspri, ciò che unisce e non ciò che divide.”

Habemus Papam “Veltroni”

 Fonte: Blog Ernesto Scontento

Walter Veltroni scioglierà la sua riserva solo mercoledì. Non prima di quel giorno si saprà se l’attuale sindaco di Roma sarà il candidato leader del Partito democratico. Il sì ufficiale arriverà da Torino, dove Veltroni terrà una lEzione sulla “bella politica”.

Una coincidenza probabilmente, ma certo una ricorezza che vuole essere di buon auspicio per la nuova avventura del sindaco più amato d’Italia, che avrà il duro compito di riportare la bella politica al centro di un dibattito politico che è sempre più caratterizzato da toni aspri, polemici di scarso contenuto.

Veltroni, braccato ieri dai giornalisti dopo un incontro con il vicepremier Francesco Rutelli, ha detto di aver per le mani un sondaggio che vede il Partito democratico vicino ad un 35% dei consensi.

“E’ esattamente la cifra che mi era capitata di dire qualche settimana fa – ha detto Veltroni -. Penso che questo sia l’orizzonte al quale il Pd deve guardare, e anche cercare di andare oltre. Un’altra cosa che mi conforta è che il sondaggio dice che l’Unione sarebbe tornata in testa. Questa conferma che se il Pd cresce, cresce anche l’Unione e viceversa”.

Dal centrodestra, il leader Silvio Berlusconi legge nella candidatura a leader del Pd di Veltroni, il chiaro segnale che Ds, Margherita e alleati “stanno pensando al voto. Veltroni non lo possono certo far cuocere, se lo lasciano più di un anno così lo bruciano”.

La giornata di ieri del sindaco di Roma è stata fitta di incontri. Alle 9 ha incontrato in Campidoglio il capogruppo dell’Ulivo alla Camera Dario Franceschini, per un colloquio durato oltre un’ora. Poi è stata la volta del vicepremier e presidente della Margherita Francesco Rutelli. Infine, sempre nella sede comunale di Roma, un faccia a faccia con la capogruppo dell’Ulivo al Senato Anna Finocchiaro, che, interpellata dai giornalisti, ha assicurato tutto il suo sostegno alla candidatura di Veltroni.

”Sto riflettendo sul fatto che c’è questa sollecitazione così ampia e così diffusa – afferma Veltroni -: penso che più partecipazione vi sarà il 14 ottobre e meglio sarà per la nascita di questo partito. In questo momento la prima cosa da fare è risvegliare l’orgoglio, la speranza, la voglia di dar vita a questa grandissima risorsa della società italiana”.

******

MENTRE LUI RIFLETTE…..NOI CI DOMANDIAMO! 

COSA CI SIA DI DEMOCRATICO IN TUTTO QUESTO?

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  • APPROFONDIMENTI : Agg.21/06/2007

Il Partito Democratico “la scelta del leader”

Fonte: Blog Ernesto Scontento

Come verrà spiegato al «popolo del P.D.» che il leader che più di ogni altro si è spesoper la nascita del Partito democratico e che, qualunque sondaggio indica come il preferito per la leadership del nuovo soggetto politico, non si presenterà, giudizio dei cittadini-elettori il 14 ottobre?

E poi: quanto risulterà credibile e vera l’investitura popolare del primo segretario del Pd, se Walter Veltroni non parteciperà alla contesa?

E poi: quale discontinuità con la Nomenclatura partitica, visto che viene candidato dalla stessa?

Strano modo di concepire la Democrazia!!!!!

Se W.Veltroni vuole essere il leader di un partito Democratico, regola vuole che venga eletto con un sistema Democratico.

Altrimenti come scrive Lo storico Andrea Romano, sono e rimangono i compagni di scuola, quelli che hanno gestito il Partito famiglia (fra di loro).

Certo Veltroni farebbe comodo in un periodo di transizione, come si dice si va in penzione senza tanti strascichi.

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  • Approfondimenti:

  • Sondaggio di Repubblica:


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