Archivio per la categoria 'Politica'

Liberalizzazioni, è buio pesto

Il Sole 24 ORE 13 giugno 2007

SOCIETA’ LIBERA Quinto Rapporto Sull’Italia Liberalizzazioni, è buio pesto

Non si può negare la buona volontà che sta alla base delle politiche di liberalizzazione di questa legislatura. Ammesso e non concesso che raggiungano gli obiettivi prefissati, è assai improbabile però che l’incremento delle licenze ai tassisti, la possibilità di apertura dei negozi di parrucchiere il lunedì mattina, l’abolizione delle distanze minime tra le edicole o la cancellazione del balzello sulle ricariche telefoniche “siano davvero in grado di scardinare le potenti barriere competitive poste ad ogni livello istituzionale, indebolendo i gruppi di potere e le lobby che hanno fin qui frustrato gli impegni riformatori”.

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La ripresa italiana sta perdendo colpi.

LA CINA METTE DAZI DEL 10% SULL’IMPORTAZIONI DI MACCHINARI,MENTRE IL SUO PIL CRESCE DEL 12% NEL 2006.

Continuiamo a dormire sugli Allori!!!!

La la diffusione dei progressi si sta attenuando, mentre le condizioni di investimento sono drasticamente peggiorate.

C’è minore ottimismo sulle prospettive a breve e medio termine e si attenuano le intenzioni di effettuare assunzioni.

Il quadro meno roseo è dipinto dalle imprese italiane ed è in sintonia con la produzione industriale piatta, il calo di fiducia manifestato dalle aziende manifatturiere, il rallentamento dell’export e la battuta d’arresto dei posti di lavoro.

Contrasta, invece, con il balzo registrato da fatturato e ordini in maggio.

Comincino a farsi sentire gli effetti dell’euro forte e del rialzo dei tassi, fattori però che non sembrano incidere sul dinamismo dell’economia tedesca, strutturalmente abituata a fronteggiare la rivalutazione del cambio.

Lo scenario economico, infatti, è migliorato nei precedenti tre mesi per il 25,7% delle aziende, contro il 41,7% della rilevazione di marzo e in linea con il valore contenuto di dicembre, nel pieno delle polemiche sulla Finanziaria.

È salita la quota di chi percepisce un deterioramento.

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L’Europa nell’età globale

In breve
Il modello sociale europeo – il suo sistema di welfare e di protezione sociale –, considerato da molti il fiore all’occhiello del Vecchio Continente, è entrato in grave sofferenza in molti Stati dell’Unione. La sua riforma è una questione urgente insieme alla necessità di riavviare la crescita economica. I paesi europei che hanno registrato i risultati peggiori hanno molto da imparare da quegli Stati che hanno saputo gestire in modo più efficace le nuove sfide.
Di fronte all’impatto della globalizzazione, bisogna affrontare cambiamenti radicali: la trasformazione dello stile di vita deve entrare a pieno titolo nella definizione di welfare e le problematiche ambientali devono essere messe in rapporto diretto con gli altri doveri del cittadino. Anthony Giddens, le cui opere hanno ridisegnato il pensiero sociale e politico degli ultimi decenni, in questo nuovo, importante saggio indica la strada da seguire.

Indice
Prefazione – 1. Il modello sociale – 2. Cambiamento e innovazione in Europa – 3. Giustizia sociale e divisioni sociali – 4. Dal welfare negativo al welfare positivo – 5. Cambiamento dello stile di vita – 6. A livello comunitario – 7. Otto tesi sul futuro dell’Europa – Appendice. Lettera aperta sul futuro dell’Europa – Note – Glossario – Indice analitico

Gli scopi di questo volume sono molteplici.

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Unipol Bnl, senatore Latorre: Giusto interessarsi all’operazione

 Fonte : Reset ”libere voci della società civile”

Roma, 27 lug. (Apcom)

L’iniziativa dell’Opa Unipol su Bnl “non poteva non suscitare l’interesse del mondo politico che non soltanto è, ma deve essere, come accade in tutto il mondo occidentale, sensibile agli assetti economici e finanziari”.
Nicola Latorre, vicepresidente dei senatori dell’Ulivo, tra gli esponenti Ds intercettati nell’ambito dell’inchiesta milanese, offre con una lettera al Corriere della Sera la sua versione dei fatti, confermando il suo “rammarico” per “il mancato successo di quella operazione”.
Nella missiva, quasi una memoria scritta, Latorre ricostruisce le tappe della vicenda dimostrando come “nonostante il clamore”, “nulla è stato poi osservato in merito al periodo in cui queste conversazioni sono avvenute: in quel momento – sottolinea, date alla mano, l’esponente ds – nulla più poteva essere fatto per creare i presupposti per l’insider trading o l’aggiottaggio.
Le azioni erano già state acquisite e i giornali, infatti, avevano già dato notizia dell’Opa”. Insomma, prosegue Latorre, “ritengo che non ci sia alcunché di illecito in questi comportamenti né tanto meno di opaco”.
Puntando il dito contro la “fuga di notizie” e il mancato accertamento dei responsabili, il vice capogruppo ulivista ribadisce infine la sua disponibilità “a fornire ogni chiarimento ritenuto necessario nelle sedi opportune a prescindere dal mio ruolo di parlamentare.
Ci sono poi prerogative che sono nella esclusiva disponibilità della Giunta per le autorizzazioni del Parlamento. Io – conclude – condividerò ogni decisione presa in quella sede, tanto più quella di autorizzare l’uso delle intercettazioni”.

Ci Prendono per i Fondelli, QUESTI SONO SENATORI E CREDONO DI MELEGGIARE I CITTADINI.

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Teoria del capitale e politica monetaria in Keynes

 

Fonte: HomoLaicus

 

 

 Teoria del capitale e politica monetaria in Keynes

Introduzione: la vendetta di Keynes

Se fosse un vecchio film western, la storia del pensiero di Keynes sarebbe giunto, all’inizio del ventesimo secolo, all’entrata in scena della cavalleria. L’idea che la mano pubblica possa rovesciare o almeno completare l’operare della mano invisibile era in via di definitiva sepoltura, e con essa ogni riferimento seppur blando a Keynes e al keynesismo, quando l’esplodere della crisi finanziaria ed economica mondiale, la più grave dal ‘29, ha scombinato la situazione, mettendo in discussione i dogmi più resistenti formatisi negli ultimi decenni.

Persino gli economisti si sono resi conto che “the best policy is not policy at all” è uno slogan utile a vincere il premio Nobel, ma inutile, completamente inutile, per analizzare i problemi economici reali e soprattutto per prospettarne una via di uscita[1]. Così la sepoltura di Keynes è stata quantomeno rimandata, forse a tempo indeterminato.

Di per sé questa sconfessione planetaria del laissez faire non riabilita certo Keynes e le sue incongruenze teoriche, ma almeno costringe a riflettere con più attenzione sul suo pensiero. Questo breve lavoro cercherà per l’appunto di analizzare le basi teoriche da cui l’economista di Cambridge partì per formulare quelle prescrizioni di policy che lo resero universalmente noto.

Lo scopo fondamentale di tutta l’opera di Keynes era quello di convincere che le vecchie idee e le vecchie ricette non funzionavano più, anche a costo di incoerenze e aporie teoriche fino al celebre detto “a lungo termine siamo tutti morti”, con cui in un certo senso si liberava di ogni critica alle proprie proposte.

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Cosa significa essere Democratici

Stati Uniti / Intervista a George Lakoff

Fonte: www.rassegna.it, 6 luglio 2007

Cosa significa essere Democratici

“Esistono due teorie. Quella tradizionale sostiene che c’è una linea che va da sinistra a destra passando per il centro verso il quale bisogna spostarsi se si vogliono vincere le elezioni. È una falsità, perché non esiste un’ideologia di centro e le convinzioni di chi afferma di essere centrista sono assai disparate, se analizzate con attenzione. Ma il pericolo, se ci si sposta verso destra, è quello di rinunciare alla propria visione del mondo.”

di Martina Toti

Un po’ come nella canzone “Destra-Sinistra” di Giorgio Gaber, che ironicamente divideva cibi, vestiti e mode secondo le ideologie, George Lakoff, un cognitivista prestato alla scienza politica, sa esattamente cosa è di destra e cosa è di sinistra. Progressisti e conservatori non dovrebbero parlare la stessa lingua. O meglio non dovrebbero attivare gli stessi modelli culturali, quelli che Lakoff, che insegna linguistica all’università di Berkeley e dirige il Rockridge Institute, chiama frame – in inglese inquadrature. I frame si accendono nelle sinapsi del nostro cervello ogni volta che pensiamo a un concetto. Almeno negli Stati Uniti – ma forse anche da noi – le scelte politiche si possono ricondurre a due modelli culturali di famiglia: quello conservatore dominato dalla figura maschile di un padre severo che impone la propria disciplina, e quello progressista dove entrambi i genitori provvedono premurosamente ai propri figli.
Finora i conservatori sono riusciti a inquadrare meglio il loro modello – lamentava Lakoff nel suo libro “Non pensare all’elefante” (Fusi Orari. I libri di Internazionale, 2006) –, così i democratici si sono trovati a reagire secondo schemi a loro estranei e a parlare la lingua degli avversari. A campagna elettorale iniziata, abbiamo chiesto a questo linguista di spiegarci meglio la sua teoria. I candidati democratici sarebbero in grado oggi di superare il test del framing?

Rassegna, Quali sono i concetti fondamentali che modellano il discorso pubblico progressista e quello conservatore negli Stati Uniti?

Lakoff, Dietro il discorso democratico progressista ci sono due nozioni fondamentali: empatia e responsabilità. Da questi due principi derivano altre idee di fondo: protezione, giustizia, benessere. La prospettiva conservatrice si basa su altri concetti: obbedienza al padre-presidente e responsabilità individuale; ognuno deve preoccuparsi di se stesso e non esiste alcuna responsabilità sociale.

Rassegna, Quali sono le conseguenze politiche di queste due diverse prospettive?

Lakoff, Se sei un progressista sei convinto che il governo esiste per proteggere le persone e per rafforzarle. Protezione non significa semplicemente sicurezza militare o polizia, ma anche difesa dell’ambiente, social security, possibilità di fare affidamento su una pensione, su un sistema sanitario universale, su un sistema universitario accessibile. Anche il benessere comune è molto importante: l’idea progressista è che tutti debbano avere la possibilità di accedere alle stesse infrastrutture, di guadagnarsi da vivere e realizzarsi.

Rassegna, Invece, cosa pensa del governo un conservatore?

Lakoff, Pensa che debba essere il mercato a decidere premiando la disciplina e punendo gli indisciplinati. Se sei povero è quello che ti meriti. I conservatori non vogliono interferenze nel mercato, niente che rallenti o ostacoli il profitto: quindi, no alla regolamentazione del governo, no alle tasse, no ai sindacati e alla protezione dei lavoratori, no alle azioni giudiziarie contro aziende come quelle del tabacco. È evidente che si tratta di visioni sociali completamente opposte.

Rassegna, È questo quello che intende quando nei suoi scritti parla di una “guerra civile culturale”?

Lakoff, Solo in parte. Questi sono gli aspetti politici ed economici, ma la “guerra culturale” a cui mi riferisco riguarda soprattutto la politica estera da un lato e la religione dall’altro, dove liberal e conservatori hanno due visioni assolutamente divergenti di come l’America dovrebbe agire.

Rassegna, Lei parla di bi-concettualismo. Di persone che nella loro vita quotidiana combinano i due modelli, per quanto opposti. È su di esse che i candidati democratici dovrebbero concentrarsi in modo da attivare in loro il modello progressista a livello politico e, soprattutto, elettorale?

Lakoff, Mi permetto di fare un passo indietro. Esistono due teorie. Quella tradizionale sostiene che c’è una linea che va da sinistra a destra passando per il centro verso il quale bisogna spostarsi se si vogliono vincere le elezioni. È una falsità, perché non esiste un’ideologia di centro e le convinzioni di chi afferma di essere centrista sono assai disparate, se analizzate con attenzione. Ma il pericolo, se ci si sposta verso destra, è quello di rinunciare alla propria visione del mondo.

Rassegna, E l’altra teoria?

Lakoff, È proprio quella del “bi-concettualismo”. Ci sono elettori che non si considerano né democratici né conservatori ma che già sono d’accordo con i progressisti su molte cose. Perciò, anziché modificare la propria visione morale, bisognerebbe parlare degli argomenti che abbiamo in comune con loro.

Rassegna, Un rimprovero che lei muove ai democratici è che mancano di una visione strategica di lungo termine. Da questo punto di vista, la campagna elettorale ha portato delle novità?

Lakoff, Non solo i democratici non hanno una visione strategica di lungo termine, ma reagiscono ai sondaggi che commissionano e che chiedono agli intervistati di indicare quali siano le loro priorità. In base alle risposte vengono stabiliti i temi attorno ai quali far ruotare la campagna elettorale. I democratici non cercano di cambiare i risultati, di introdurre elementi innovativi.

Rassegna, Lei si lamenta spesso del fatto che i progressisti si preoccupano troppo della visione del mondo dei conservatori. I candidati democratici pensano ancora troppo all’elefante?

Lakoff, Durante questa campagna elettorale sto notando qualche piccolo cambiamento. Hillary Clinton pensa ancora che esista un centro e che occorra spostarsi verso destra. Edwards sembra credere in una sorta di populismo economico: se si dice alla gente le cose che stanno facendo i conservatori e che vanno contro i loro interessi, voterà democratico. Personalmente, non credo affatto che sia una formula vincente perché, in questo modo, si trascura la dimensione culturale. Obama, su alcuni temi, ha una posizione intermedia tra Edwards e la Clinton. Ma i candidati democratici dovrebbero riuscire a non cadere nella trappola degli schemi conservatori

Rassegna, Tirando le somme, se dovesse scegliere il candidato che riesce a formulare meglio il modello democratico progressista, chi supererebbe l’esame?

Lakoff, Hillary Clinton ha indubbiamente l’organizzazione migliore, l’ha costruita per anni e la squadra dell’amministrazione di suo marito è pronta a sostenerla. Anche i sondaggi la danno in testa. È interessante che a seguirla sia Obama che è il candidato più articolato, il miglior comunicatore ma che, per ora, sta cercando di farsi conoscere e di farsi apprezzare, e non sta ancora “ispirando” la gente.

Rassegna, È una scelta strategica?

Lakoff, Credo che stia aspettando l’autunno per dare il meglio di sé. Ora sta costruendo la sua organizzazione. Anche il modo in cui sta raccogliendo i fondi dimostra una strategia opposta rispetto a Hillary Clinton. La Clinton sta cercando di ottenere quante più donazioni possibili dalle persone ricche. Obama, per ora, punta su molte piccole donazioni da parte di quanti più finanziatori possibili, per poi giocarsi i contributi più cospicui più in là nel corso della campagna elettorale.

Rassegna, Per concludere, di cosa hanno bisogno i democratici per vincere le elezioni del 2008?

Lakoff, Una delle ragioni del successo dei conservatori in questo paese è il loro populismo e la loro retorica conservatrice, che è riuscita a convincere molti che i liberal sono opprimenti. Si parla di un’élite liberal, di mezzi di comunicazione liberal, dei ricchi liberal e dei liberal di Hollywood. Si dice che i liberal non sarebbero realmente interessati alle necessità dei poveri o della classe media ma semplicemente degli snob che occupano posizioni di potere. La soluzione? Riformuliamo i nostri discorsi, esprimiamo i nostri valori. Facciamo una politica attiva, non reattiva.

(www.rassegna.it, 6 luglio 2007)

Non pensare all’elefante!

Di George Lakoff.

Fusi orari 2006, 185 pagine

12,00 euro

In ogni sfida politica vince chi riesce a comunicare i suoi valori fondamentali e imporre il suo linguaggio. La destra sa farlo, la sinistra no. Ma non è mai troppo tardi per imparare.

Con più di 240mila copie vendute negli Stati Uniti, Non pensare all’elefante! è un caso editoriale che ha rivoluzionato il dibattito politico: non è solo un’analisi chiara e appassionante del ruolo chiave del linguaggio nella competizione tra i partiti, ma anche il primo manuale che spiega alla sinistra come far capire i propri valori all’elettore. E convincerlo.

È difficile pensare a una forza politica più in difficoltà nel riconoscere le cause di una sconfitta dei Democratici Usa all’indomani della batosta delle ultime elezioni presidenziali. A posteriori, si potrebbe commentare che nessuno nel partito dell’asinello Usa aveva tentato di soffermarsi su una questione che già prima del novembre 2004 circolava a Washington: quella che si richiama all’espressione politica del framing. Letteralmente, frame significa “quadro”, “composizione”, “struttura”; applicato al contesto politico, il termine indica la scelta di un linguaggio preciso per inquadrare ogni problema in una cornice più ampia. Padre riconosciuto della teoria del framing è George Lakoff, specialista di teoria del linguaggio.

L’insegnamento contenuto nel volume si può sintetizzare così:

“Quando state discutendo con i vostri avversari non usate mai il loro linguaggio”.

Lakoff, al contrario del suo più celebre “avversario” Chomsky, non crede che la linguistica debba scoprire le regole universali della sintassi; bensì, vede nell’esplorazione del comportamento inconscio della mente la chiave per comprendere la natura del linguaggio stesso. Strumento essenziale in tale percorso diventa, secondo il professore di Berkeley, la metafora, che in questa sede perde ogni sua connotazione di espediente linguistico per trasformarsi nel più efficace dei mezzi di comunicazione.

La figura retorica proposta dall’autore è quella della famiglia: nella repubblicana c’è un genitore severo che educa alla responsabilità e all’interesse personali, nella democratica un padre premuroso il cui cuore pulsa nella direzione di una società moralmente più solida.

La ragione del successo del partito dell’elefante negli Usa sembra stare tutta qui:

I conservatori hanno insistito nella comunicazione di questi valori – di questo frame – molto più di quanto abbiano fatto i progressisti.

L’applicabilità del volume di Lakoff al contesto italiano, pensando un consiglio utile da dare al centrosinistra , è senz’altro di stimolare i suoi leader a ragionare in maniera trasversale, tornare a pensare per grandi obiettivi morali, a ridare slancio ai grandi temi della solidarietà, dello sviluppo di un’economia aperta e accessibile, della lotta alla precarizzazione.

In un’espressione, invitare la sinistra ad essere più sinistra, senza pensare all’elefante.

Scrive Ferruccio De Bortoli nella prefazione che arricchisce l’edizione italiana del libro: “Spesso un genitore severo è preferibile per l’educazione dei figli, ma non è detto che un genitore premuroso non si riveli, alla fine, più giusto”. A buon intenditore poche parole.

George Lakoff è uno dei più noti linguisti americani. Insegna scienze cognitive e linguistica all’università di Berkeley, California. Tra i suoi libri Metafora e vita quotidiana (con Mark Johnson, Bompiani).

40 anni di “Lettera a una professoressa”

 Stralcio:

Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.

Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.

Il maestro per loro era dall’altra parte della barricata e conveniva ingannarlo.
Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c’era registro.
Anche sul sesso gli stessi sotterfugi. Credevano che bisognasse parlarne di nascosto. Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio.Comunque sul principio era l’unica materia scolastica che li svegliasse.
Avevamo un libro di anatomia. Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio.
Due pagine erano tutte consumate.Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s’è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un’altra volta.Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori.

Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono di essere intelligente.

E’ razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori.

Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l’avevano giudicato un cretino.

Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.

Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l’avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.

Né l’uno né l’altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l’officina. Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.

Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. E’ stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita.

Sandro se ne ricorderà per sempre.

Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.

La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma.

Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose estano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.

Per esempio in prima gli avreste detto riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda ed in terza leggete roba scriba per adulti.
Gianni non sapeva mettere l’acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese.

Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull’ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare.

A geografia gli avreste fatto l’Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo.

Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.
Sandro in poco tempo s’appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.

Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l’odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto.

Ma agli esami una professoressa gli disse:- perché vai a scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere?
Lo so anch’io che il Gianni non si sa esprimere.

Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l’avete buttato fuori di scuola l’anno prima.
Bella cura la vostra.

Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.

Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi.

Appartiene alla ditta.

Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio:- Non si dice lalla, si dice aradio.

Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.

“Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua”; . L’ha detto la Costituzione pensando a lui.

(da Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa, LIBRERIA ed. fiorentine, Firenze, pp 16-19)

La Democrazia “Sotto Assedio”

6/7/2007

La democrazia del veto

LUIGI LA SPINA

Estratto da la stampa.it.

In Italia è avvenuto un colpo di stato con il quale la democrazia parlamentare è stata sostituita dalla democrazia consensuale. Il cambio di regime non è capitato in una tenebrosa «notte dei generali», come di consueto, ma è avvenuto con una silenziosa ma efficacissima rivoluzione che ha esteso questo sistema di governo dalla politica all’intera nostra società.

Quello che è successo, ormai, è sotto gli occhi di tutti, anche se molti fanno finta di non vederlo. Il Parlamento, come luogo di rappresentanza e di sintesi politica degli interessi, è stato completamente esautorato. Senatori e deputati sono alla ricerca disperata di una funzione perduta che cercano pateticamente di ritrovare o con una battuta che riesca a «bucare» il solito tran-tran dei panini televisivi o gridando al tradimento di un’identità scomparsa. Gli ultimi casi sono illuminanti: Storace, novello Diogene, vuole scovare dov’è finita la destra smarrita; Mussi e compagni dove si è cacciata la sinistra dimenticata. Tutti, con un’interpretazione davvero balorda del maggioritario, si sono autoesclusi dal compito per cui sono stati eletti: trovare, sui vari problemi, una sintesi politica in nome dell’interesse generale. Non possono più farlo perché non sono più rappresentanti di legittimi interessi settoriali, ma solo pedine di eserciti contrapposti, in attesa di votare per la sconfitta del leader avversario, nella totale noncuranza del merito delle questioni da affrontare. Se qualsiasi argomento serve non per far prevalere una tesi o l’altra, ma per riuscire a compiere o a sventare un agguato parlamentare, non contano le teste, bastano le dita sul rosso o sul verde.

Il governo, poi, come dimostra anche la dichiarazione di Prodi sul cosiddetto «scalone» pensionistico in antitesi con quella di D’Alema di qualche giorno fa, è costantemente sotto ricatto da parte di un partito o da una frazione di partito, da un sindacato o da una frazione di sindacato, per cui la regola fondamentale della politica è mutata completamente: la democrazia non è più la verifica della maggioranza, ma la raccolta del consenso. Una campagna elettorale permanente trasforma la ricerca del massimo comune denominatore, per risolvere un problema, nell’invenzione di quel minimo comune che riesce ad accontentare il maggior numero di persone interessate a quel provvedimento.

PRECHE’ ACCADE TUTTO QUESTO????

Semplice, perchè bisogna votare il Referendum

Dove si può votare il Referendum???

******

Approfondimenti: Al 07/07/2007

Lo sfogo di Massimo: qui crolla la baracca

Bertinotti: “Sulle pensioni non voglio la crisi ma ammetto che il rischio esiste”

Prodi: “Doveroso abolire lo scalone” Dini: “Se le cose stanno così io voto no”

Marini: «Per pensioni serve unità nazionale»

Il trionfo dei veti “Perché la concertazione si è impantanata”

Pensioni, D’Alema: “Non considero il tema come una grande priorità” “Non abbiamo i soldi per abolire lo scalone” Il vicepremier da Pistoia: “Anche se li avessimo, ritengo sarebbe sbagliato metterli tutti in una operazione di questo tipo”.

I Riformisti del 1999

D’Alema: pensioni e riformenella “terza via” italiana “Subito il nuovo Welfare”
D’Antoni: “Non si cambia”

L’obbedienza non è più una virtù

 Vai al file Ebook

  • Introduzione
  • I testi
  • I cappellani militari e l’obiezione di coscienza
  • Lettera ai cappellani Militari Toscani che hanno sottoscritto
  • il comunicato dell’11 febbraio 1965
  • Lettera ai giudici
  • Vita di don Lorenzo
  • Bibliografia minima

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