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Il nostro benessere

Il nostro benessere

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle […]. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Robert Kennedy

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 Approfondimenti:

 Robert Kennedy Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Teoria del capitale e politica monetaria in Keynes

 

Fonte: HomoLaicus

 

 

 Teoria del capitale e politica monetaria in Keynes

Introduzione: la vendetta di Keynes

Se fosse un vecchio film western, la storia del pensiero di Keynes sarebbe giunto, all’inizio del ventesimo secolo, all’entrata in scena della cavalleria. L’idea che la mano pubblica possa rovesciare o almeno completare l’operare della mano invisibile era in via di definitiva sepoltura, e con essa ogni riferimento seppur blando a Keynes e al keynesismo, quando l’esplodere della crisi finanziaria ed economica mondiale, la più grave dal ‘29, ha scombinato la situazione, mettendo in discussione i dogmi più resistenti formatisi negli ultimi decenni.

Persino gli economisti si sono resi conto che “the best policy is not policy at all” è uno slogan utile a vincere il premio Nobel, ma inutile, completamente inutile, per analizzare i problemi economici reali e soprattutto per prospettarne una via di uscita[1]. Così la sepoltura di Keynes è stata quantomeno rimandata, forse a tempo indeterminato.

Di per sé questa sconfessione planetaria del laissez faire non riabilita certo Keynes e le sue incongruenze teoriche, ma almeno costringe a riflettere con più attenzione sul suo pensiero. Questo breve lavoro cercherà per l’appunto di analizzare le basi teoriche da cui l’economista di Cambridge partì per formulare quelle prescrizioni di policy che lo resero universalmente noto.

Lo scopo fondamentale di tutta l’opera di Keynes era quello di convincere che le vecchie idee e le vecchie ricette non funzionavano più, anche a costo di incoerenze e aporie teoriche fino al celebre detto “a lungo termine siamo tutti morti”, con cui in un certo senso si liberava di ogni critica alle proprie proposte.

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Aumento delle pensioni: perché darlo anche ai ricchi?

 

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 In Estratto:

Di Massimo Baldini

Nella notte dello scorso 10 luglio governo e parti sociali hanno raggiunto l’accordo sui criteri da seguire per incrementare i trattamenti delle pensioni basse, come previsto dal decreto legge di luglio, che ha stanziato 900 milioni a questo fine già dal 2007.
Si è deciso di aumentare le pensioni da lavoro percepite da chi ha almeno 64 anni, uomini e donne, in modo differenziato a seconda del numero degli anni di versamenti contributivi: per i lavoratori dipendenti, l’incremento vale 352 euro annui fino a 15 anni di contributi, 432 euro all’anno per chi ha versato contributi per almeno 16 e non più di 25 anni, e 518 per chi può vantare più di 25 anni di versamenti. Per gli ex indipendenti le soglie sui contributi versati sono leggermente più alte (fino a 18, da 19 a 28, oltre 28). E’ poi previsto un incremento anche per alcune pensioni sociali, cioè per quelle pensioni prive di requisiti contributivi.
Questi incrementi spettano solo se il reddito individuale complessivo del pensionato non supera i 654 euro mensili, escludendo la rendita sulla prima casa.
Si è quindi scelto di condizionare il trasferimento ad una sola misura di reddito individuale, senza considerare il reddito globale disponibile della famiglia in cui il pensionato vive.
Il diritto al trasferimento, inoltre, dipende solo dal fatto che non si superi la soglia dei 654 euro mensili, ma l’importo del trasferimento non è funzione inversa del livello della pensione. In altre parole, due soggetti, uno con pensione mensile di 400 euro e l’altro di 650 euro, con 20 anni di contributi, riceveranno entrambi un incremento pari a 432 euro all’anno.

Tenere conto delle famiglie

Utilizzando il campione rappresentativo delle famiglie italiane, costituito dall’indagine Banca d’Italia sui redditi delle famiglie, proviamo a verificare quale può essere l’impatto di questa misura sulla distribuzione complessiva del reddito.
Se classifichiamo le famiglie in 10 gruppi ugualmente numerosi (decili), ordinati per valori crescenti di reddito disponibile equivalente, possiamo innanzitutto verificare quante famiglie, in ciascun decile della distribuzione, ricevono il trasferimento (fig.1). Tra il 10% più povero della popolazione, circa il 13% delle famiglie è interessata dalla misura decisa dal governo. Questa quota aumenta decisamente nel secondo e terzo decile, per poi diminuire successivamente, rimanendo comunque superiore al 10% anche nel sesto decile.

Fig. 1 – Quota di famiglie che ricevono l’incremento delle pensioni basse, per decili di reddito disponibile familiare

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Report Economico Luglio 2007

 

INDICE

  • Meno disoccupazione con meno inflazione.
  • Nell’arco degli ultimi quindici anni l’Italia del lavoro e della produzione è molto cambiata.
  • Cosa c’è dietro questa virtuosa deviazione dai dettami della “normalità” economica?
  • Riforme, euro, globalizzazione, qualità:
  • Le nuove teorie economiche sulla crescita endogena sottolineano il ruolo dell’istruzione come fattore di sviluppo e dividono i sistemi-paese tra “innovatori” e “imitatori”.
  • C’è un’Italia che, non senza difficoltà, cerca di cambiare.
  • Recupera la produzione industriale
  • Commercio estero: export batte import
  • Frenano ad aprile gli ordini esteri
  • Le imprese al centro del mercato del credito in Italia
  • Inflazione: a giugno torna a spingere il petrolio
  • Prezzi industriali al 3% a maggio: più elevati della media europea
  • Retribuzioni stabili ; sale l’attesa per i rinnovi dei contratti
  • Rimangono stabili i consumi delle famiglie italiane
  • L’aumento dei tassi penalizza i conti trimestrali delle Amministrazioni pubbliche
  • Le migrazioni dall’estero fanno crescere la popolazione italiana
  • L’ITALIA CONTINUA A PERDERE TERRENO NELLE CLASSIFICHE DI COMPETITIVITÀ 2006 DEL WORLD ECONOMIC FORUM
  • TABELLA CLASSIFICA COMPLESSIVA
  • FONTI – E AVVERTENZE DA LEGGERE

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Cosa significa essere Democratici

Stati Uniti / Intervista a George Lakoff

Fonte: www.rassegna.it, 6 luglio 2007

Cosa significa essere Democratici

“Esistono due teorie. Quella tradizionale sostiene che c’è una linea che va da sinistra a destra passando per il centro verso il quale bisogna spostarsi se si vogliono vincere le elezioni. È una falsità, perché non esiste un’ideologia di centro e le convinzioni di chi afferma di essere centrista sono assai disparate, se analizzate con attenzione. Ma il pericolo, se ci si sposta verso destra, è quello di rinunciare alla propria visione del mondo.”

di Martina Toti

Un po’ come nella canzone “Destra-Sinistra” di Giorgio Gaber, che ironicamente divideva cibi, vestiti e mode secondo le ideologie, George Lakoff, un cognitivista prestato alla scienza politica, sa esattamente cosa è di destra e cosa è di sinistra. Progressisti e conservatori non dovrebbero parlare la stessa lingua. O meglio non dovrebbero attivare gli stessi modelli culturali, quelli che Lakoff, che insegna linguistica all’università di Berkeley e dirige il Rockridge Institute, chiama frame – in inglese inquadrature. I frame si accendono nelle sinapsi del nostro cervello ogni volta che pensiamo a un concetto. Almeno negli Stati Uniti – ma forse anche da noi – le scelte politiche si possono ricondurre a due modelli culturali di famiglia: quello conservatore dominato dalla figura maschile di un padre severo che impone la propria disciplina, e quello progressista dove entrambi i genitori provvedono premurosamente ai propri figli.
Finora i conservatori sono riusciti a inquadrare meglio il loro modello – lamentava Lakoff nel suo libro “Non pensare all’elefante” (Fusi Orari. I libri di Internazionale, 2006) –, così i democratici si sono trovati a reagire secondo schemi a loro estranei e a parlare la lingua degli avversari. A campagna elettorale iniziata, abbiamo chiesto a questo linguista di spiegarci meglio la sua teoria. I candidati democratici sarebbero in grado oggi di superare il test del framing?

Rassegna, Quali sono i concetti fondamentali che modellano il discorso pubblico progressista e quello conservatore negli Stati Uniti?

Lakoff, Dietro il discorso democratico progressista ci sono due nozioni fondamentali: empatia e responsabilità. Da questi due principi derivano altre idee di fondo: protezione, giustizia, benessere. La prospettiva conservatrice si basa su altri concetti: obbedienza al padre-presidente e responsabilità individuale; ognuno deve preoccuparsi di se stesso e non esiste alcuna responsabilità sociale.

Rassegna, Quali sono le conseguenze politiche di queste due diverse prospettive?

Lakoff, Se sei un progressista sei convinto che il governo esiste per proteggere le persone e per rafforzarle. Protezione non significa semplicemente sicurezza militare o polizia, ma anche difesa dell’ambiente, social security, possibilità di fare affidamento su una pensione, su un sistema sanitario universale, su un sistema universitario accessibile. Anche il benessere comune è molto importante: l’idea progressista è che tutti debbano avere la possibilità di accedere alle stesse infrastrutture, di guadagnarsi da vivere e realizzarsi.

Rassegna, Invece, cosa pensa del governo un conservatore?

Lakoff, Pensa che debba essere il mercato a decidere premiando la disciplina e punendo gli indisciplinati. Se sei povero è quello che ti meriti. I conservatori non vogliono interferenze nel mercato, niente che rallenti o ostacoli il profitto: quindi, no alla regolamentazione del governo, no alle tasse, no ai sindacati e alla protezione dei lavoratori, no alle azioni giudiziarie contro aziende come quelle del tabacco. È evidente che si tratta di visioni sociali completamente opposte.

Rassegna, È questo quello che intende quando nei suoi scritti parla di una “guerra civile culturale”?

Lakoff, Solo in parte. Questi sono gli aspetti politici ed economici, ma la “guerra culturale” a cui mi riferisco riguarda soprattutto la politica estera da un lato e la religione dall’altro, dove liberal e conservatori hanno due visioni assolutamente divergenti di come l’America dovrebbe agire.

Rassegna, Lei parla di bi-concettualismo. Di persone che nella loro vita quotidiana combinano i due modelli, per quanto opposti. È su di esse che i candidati democratici dovrebbero concentrarsi in modo da attivare in loro il modello progressista a livello politico e, soprattutto, elettorale?

Lakoff, Mi permetto di fare un passo indietro. Esistono due teorie. Quella tradizionale sostiene che c’è una linea che va da sinistra a destra passando per il centro verso il quale bisogna spostarsi se si vogliono vincere le elezioni. È una falsità, perché non esiste un’ideologia di centro e le convinzioni di chi afferma di essere centrista sono assai disparate, se analizzate con attenzione. Ma il pericolo, se ci si sposta verso destra, è quello di rinunciare alla propria visione del mondo.

Rassegna, E l’altra teoria?

Lakoff, È proprio quella del “bi-concettualismo”. Ci sono elettori che non si considerano né democratici né conservatori ma che già sono d’accordo con i progressisti su molte cose. Perciò, anziché modificare la propria visione morale, bisognerebbe parlare degli argomenti che abbiamo in comune con loro.

Rassegna, Un rimprovero che lei muove ai democratici è che mancano di una visione strategica di lungo termine. Da questo punto di vista, la campagna elettorale ha portato delle novità?

Lakoff, Non solo i democratici non hanno una visione strategica di lungo termine, ma reagiscono ai sondaggi che commissionano e che chiedono agli intervistati di indicare quali siano le loro priorità. In base alle risposte vengono stabiliti i temi attorno ai quali far ruotare la campagna elettorale. I democratici non cercano di cambiare i risultati, di introdurre elementi innovativi.

Rassegna, Lei si lamenta spesso del fatto che i progressisti si preoccupano troppo della visione del mondo dei conservatori. I candidati democratici pensano ancora troppo all’elefante?

Lakoff, Durante questa campagna elettorale sto notando qualche piccolo cambiamento. Hillary Clinton pensa ancora che esista un centro e che occorra spostarsi verso destra. Edwards sembra credere in una sorta di populismo economico: se si dice alla gente le cose che stanno facendo i conservatori e che vanno contro i loro interessi, voterà democratico. Personalmente, non credo affatto che sia una formula vincente perché, in questo modo, si trascura la dimensione culturale. Obama, su alcuni temi, ha una posizione intermedia tra Edwards e la Clinton. Ma i candidati democratici dovrebbero riuscire a non cadere nella trappola degli schemi conservatori

Rassegna, Tirando le somme, se dovesse scegliere il candidato che riesce a formulare meglio il modello democratico progressista, chi supererebbe l’esame?

Lakoff, Hillary Clinton ha indubbiamente l’organizzazione migliore, l’ha costruita per anni e la squadra dell’amministrazione di suo marito è pronta a sostenerla. Anche i sondaggi la danno in testa. È interessante che a seguirla sia Obama che è il candidato più articolato, il miglior comunicatore ma che, per ora, sta cercando di farsi conoscere e di farsi apprezzare, e non sta ancora “ispirando” la gente.

Rassegna, È una scelta strategica?

Lakoff, Credo che stia aspettando l’autunno per dare il meglio di sé. Ora sta costruendo la sua organizzazione. Anche il modo in cui sta raccogliendo i fondi dimostra una strategia opposta rispetto a Hillary Clinton. La Clinton sta cercando di ottenere quante più donazioni possibili dalle persone ricche. Obama, per ora, punta su molte piccole donazioni da parte di quanti più finanziatori possibili, per poi giocarsi i contributi più cospicui più in là nel corso della campagna elettorale.

Rassegna, Per concludere, di cosa hanno bisogno i democratici per vincere le elezioni del 2008?

Lakoff, Una delle ragioni del successo dei conservatori in questo paese è il loro populismo e la loro retorica conservatrice, che è riuscita a convincere molti che i liberal sono opprimenti. Si parla di un’élite liberal, di mezzi di comunicazione liberal, dei ricchi liberal e dei liberal di Hollywood. Si dice che i liberal non sarebbero realmente interessati alle necessità dei poveri o della classe media ma semplicemente degli snob che occupano posizioni di potere. La soluzione? Riformuliamo i nostri discorsi, esprimiamo i nostri valori. Facciamo una politica attiva, non reattiva.

(www.rassegna.it, 6 luglio 2007)

EURISPES, Italia 5 milioni le famiglie povere o a rischio.

 Metà delle famiglie italiane vive l’incubo della “terza settimana”: già al venti del mese non riescono a far quadrare il magro bilancio.

Sono circa cinque milioni i nuclei familiari già indigenti o a rischio povertà. Metà delle famiglie italiane, precisamente il 51 per cento, ha difficoltà economiche ad arrivare a fine mese, Il 17,3 è in grave difficoltà, un altro 23 per cento dichiara di “tirare un po’ la cinghia” nell’ultima settimana del mese, solo il 23,6 per cento non ha alcun problema nella gestione delle finanze familiari.
È quanto emerge dal nuovo studio Eurispes sulla condizione finanziaria delle famiglie, realizzato in collaborazione con Federcasalinghe.
In particolare, ad essere a rischio povertà sono circa 2,5 milioni di nuclei familiari (l’11 per cento delle famiglie totali, cioè 8 milioni di persone).
In aumento anche la povertà che l’istituto di ricerca definisce in “giacca e cravatta”, quella che colpisce i ceti medi.
Secondo l’indagine, inoltre, è allarme anche per l’insolvenza dei mutui per la casa: il numero dei contratti non onorati è in aumento, nel solo 2006 le famiglie in difficoltà nel pagare le rate del mutuo sono cresciute del 5,1 per cento.
Il debito complessivo in sofferenza è di circa 11 miliardi di euro nel 2006 e le famiglie coinvolte sono almeno 410.000.

“L’inflazione ritorna a salire”. Secondo l’Eurispes l’inflazione ha ripreso a salire: ”Per primi lanciammo un segnale d’allarme nell’agosto del 2002 denunciando un’inflazione galoppante all’8%”, ricorda Gian Maria Fara. “Subimmo per questo dure critiche, ma per noi l’inflazione non è né di centrodestra né di centrosinistra.
Oggi, a distanza di cinque anni, segnaliamo nuovamente che l’inflazione, dopo un periodo di stasi, sta tornando a crescere più di quanto indicato dalle statistiche ufficiali”.

“Italia a due economie”. “La famiglia di fronte alla crisi del welfare”, mostra un’Italia a due economie: un’economia delle famiglie e una delle imprese. “Da un lato cresce il PIL, sostenuto prevalentemente dalle esportazioni e non dai consumi interni; dall’altra, manca una condivisione della crescita che, per il momento, si risolve ad esclusivo vantaggio delle imprese”.

Ma dove tagliano gli italiani per ridurre le spese?

Innanzitutto, riducono le risorse destinate ai regali (“abbastanza” nel 39,9% dei casi e “molto” nel 23,1%); poi privilegiano l’acquisto dei prodotti in saldo (il 40,8% lo fa abbastanza spesso e il 23,6% ancora più frequentemente). Il 56,3% si rivolge “molto” o “abbastanza” frequentemente ai punti vendita più economici come i discount. I grandi magazzini e gli outlet affascinano invece i consumatori quando si tratta di abbigliamento “molto” o “abbastanza” rispettivamente nel 24% e nel 43,2% dei casi.

“Sempre più finanziarie, disposte a fare prestiti”. “Un numero sempre crescente di famiglie – cosi spiega l’onorevole Federica Rossi Gasparrini, presidente di Federcasalinghe – è assediato da una comunicazione martellante che spinge verso un sempre maggiore indebitamento. Basti pensare che la pubblicità delle finanziarie è aumentata del 28% negli ultimi anni ed oggi rappresenta un fenomeno sfacciato”.

Il tutto in un paese che a i salari più bassi d’Europa, come rileva un altro comunicato dell’ Euroispes uscito a Marzo 2007.

Continua a leggere ‘EURISPES, Italia 5 milioni le famiglie povere o a rischio.’

Non pensare all’elefante!

Di George Lakoff.

Fusi orari 2006, 185 pagine

12,00 euro

In ogni sfida politica vince chi riesce a comunicare i suoi valori fondamentali e imporre il suo linguaggio. La destra sa farlo, la sinistra no. Ma non è mai troppo tardi per imparare.

Con più di 240mila copie vendute negli Stati Uniti, Non pensare all’elefante! è un caso editoriale che ha rivoluzionato il dibattito politico: non è solo un’analisi chiara e appassionante del ruolo chiave del linguaggio nella competizione tra i partiti, ma anche il primo manuale che spiega alla sinistra come far capire i propri valori all’elettore. E convincerlo.

È difficile pensare a una forza politica più in difficoltà nel riconoscere le cause di una sconfitta dei Democratici Usa all’indomani della batosta delle ultime elezioni presidenziali. A posteriori, si potrebbe commentare che nessuno nel partito dell’asinello Usa aveva tentato di soffermarsi su una questione che già prima del novembre 2004 circolava a Washington: quella che si richiama all’espressione politica del framing. Letteralmente, frame significa “quadro”, “composizione”, “struttura”; applicato al contesto politico, il termine indica la scelta di un linguaggio preciso per inquadrare ogni problema in una cornice più ampia. Padre riconosciuto della teoria del framing è George Lakoff, specialista di teoria del linguaggio.

L’insegnamento contenuto nel volume si può sintetizzare così:

“Quando state discutendo con i vostri avversari non usate mai il loro linguaggio”.

Lakoff, al contrario del suo più celebre “avversario” Chomsky, non crede che la linguistica debba scoprire le regole universali della sintassi; bensì, vede nell’esplorazione del comportamento inconscio della mente la chiave per comprendere la natura del linguaggio stesso. Strumento essenziale in tale percorso diventa, secondo il professore di Berkeley, la metafora, che in questa sede perde ogni sua connotazione di espediente linguistico per trasformarsi nel più efficace dei mezzi di comunicazione.

La figura retorica proposta dall’autore è quella della famiglia: nella repubblicana c’è un genitore severo che educa alla responsabilità e all’interesse personali, nella democratica un padre premuroso il cui cuore pulsa nella direzione di una società moralmente più solida.

La ragione del successo del partito dell’elefante negli Usa sembra stare tutta qui:

I conservatori hanno insistito nella comunicazione di questi valori – di questo frame – molto più di quanto abbiano fatto i progressisti.

L’applicabilità del volume di Lakoff al contesto italiano, pensando un consiglio utile da dare al centrosinistra , è senz’altro di stimolare i suoi leader a ragionare in maniera trasversale, tornare a pensare per grandi obiettivi morali, a ridare slancio ai grandi temi della solidarietà, dello sviluppo di un’economia aperta e accessibile, della lotta alla precarizzazione.

In un’espressione, invitare la sinistra ad essere più sinistra, senza pensare all’elefante.

Scrive Ferruccio De Bortoli nella prefazione che arricchisce l’edizione italiana del libro: “Spesso un genitore severo è preferibile per l’educazione dei figli, ma non è detto che un genitore premuroso non si riveli, alla fine, più giusto”. A buon intenditore poche parole.

George Lakoff è uno dei più noti linguisti americani. Insegna scienze cognitive e linguistica all’università di Berkeley, California. Tra i suoi libri Metafora e vita quotidiana (con Mark Johnson, Bompiani).

Sistema/Italia. Rapporto 2005-2006 sulle economie e le società locali Autori e curatori: Unioncamere

 Fonte sito dell’editore.

 Autori e curatori: Unioncamere
Collana: Rapporti Unioncamere
Argomenti: Politica, società italiana
Dati bibliografici: pp. 224, 1a edizione 2007 (Cod.1813.9)

Tipologia: Edizione a stampa – Prezzo: € 20,00

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Sistema/Italia 2005-2006 ci consegna la percezione di un Paese frenato, nel quale i potenziali di innovazione sono elevati e le soluzioni possibili spesso evidenti, ma, nel contempo, a livello di sistema si prova una sensazione ansiosa di crescente ritardo.
La necessità di compiere il passo verso la modernizzazione matura sta alla base dei tre fenomeni strutturali che stanno modificando le logiche di governance dello sviluppo.
- Dal marketing territoriale alla pianificazione strategica dello sviluppo: nelle pubbliche amministrazioni si diffonde la cultura della pianificazione strategica come strumento per la gestione dei modelli di sviluppo.
- Da follower a protagonisti: nella politica economica ritornano al centro le politiche industriali, per valorizzare la competitività distintiva del Made in Italy.
- Nuovi soggetti, nuove relazioni, nuovo consenso: nel governo delle politiche si integrano progressivamente democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, per riportare la società al centro del processo decisionale e creare le condizioni per una sua diretta assunzione di responsabilità gestionali.
Resta aperto il nodo della capacità di decidere: non è infrequente osservare che il processo di partecipazione tende sotto il profilo delle scelte verso un tempo indeterminato.

È un rischio reale, che può sfociare in un morbida, progressiva atonicità della politica.

Un rischio che non possiamo correre, pena l’erosione del nostro valore distintivo e del nostro senso del futuro.

Indice:

  • Andrea Mondello, Premessa

Lo scenario di riferimento

  • (La sindrome del freno a mano tirato; Come passare dal frammento al sistema?; La pianificazione strategica è l’asse portante della sussidiarietà verticale; Dal marketing territoriale ingenuo alla pianificazione strategica dello sviluppo; La nuova politica industriale: da follower a protagonisti; Due proposte di percorso per il made in Italy; Partecipazione e delega: la forza distintiva dell’identità; Nuovi soggetti, nuove relazioni, nuovo consenso)


Le dinamiche dei sistemi economici

  • (Le tesi rilevanti; Obiettivi dell’indagine, metodologia e soggetti coinvolti; Una lettura complessiva della governance del sistema Paese; Una lettura per i diversi segmenti della catena della governance; Una lettura per modello di sviluppo)


Il governo delle filiere del made in Italy

  • (Le tesi rilevanti; Lo scenario dell’internazionalizzazione; L’evoluzione della filiera produttiva del made in Italy: un cambiamento di luogo e di struttura; L’internazionalizzazione commerciale; Linee guida per la definizione di policy e strategie di supporto alla crescita della dimensione internazionale delle filiere del made in Italy)

Il governo dell’innovazione

  • (Le tesi rilevanti; I sistemi nazionali dell’innovazione: le tendenze macro; L’analisi per modello di sviluppo scientifico-tecnologico prevalente)

L’evoluzione socio-culturale

  • (Le tesi rilevanti; Ipotesi di evoluzione socio-culturale dei dieci modelli di sviluppo nel breve-medio periodo; Conclusioni)

Sistemi di governance

  • (Le tesi rilevanti; Il tema della partecipazione nel dibattito europeo sulla costruzione di nuovi modelli di governance; Partecipazione e sussidiarietà nell’ordinamento italiano: il ruolo del terzo settore; Il “terzo decentramento” tra sussidiarietà orizzontale e verticale)

Bibliografia.

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Segnalazione:

Mark Limon ” Esperto di Management e Marketing al limone”

40 anni di “Lettera a una professoressa”

 Stralcio:

Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.

Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.

Il maestro per loro era dall’altra parte della barricata e conveniva ingannarlo.
Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c’era registro.
Anche sul sesso gli stessi sotterfugi. Credevano che bisognasse parlarne di nascosto. Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio.Comunque sul principio era l’unica materia scolastica che li svegliasse.
Avevamo un libro di anatomia. Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio.
Due pagine erano tutte consumate.Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s’è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un’altra volta.Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori.

Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono di essere intelligente.

E’ razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori.

Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l’avevano giudicato un cretino.

Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.

Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l’avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.

Né l’uno né l’altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l’officina. Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.

Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. E’ stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita.

Sandro se ne ricorderà per sempre.

Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.

La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma.

Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose estano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.

Per esempio in prima gli avreste detto riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda ed in terza leggete roba scriba per adulti.
Gianni non sapeva mettere l’acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese.

Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull’ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare.

A geografia gli avreste fatto l’Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo.

Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.
Sandro in poco tempo s’appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.

Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l’odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto.

Ma agli esami una professoressa gli disse:- perché vai a scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere?
Lo so anch’io che il Gianni non si sa esprimere.

Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l’avete buttato fuori di scuola l’anno prima.
Bella cura la vostra.

Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.

Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi.

Appartiene alla ditta.

Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio:- Non si dice lalla, si dice aradio.

Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.

“Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua”; . L’ha detto la Costituzione pensando a lui.

(da Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa, LIBRERIA ed. fiorentine, Firenze, pp 16-19)

Il Riformismo Di Carlo Azeglio CIAMPI

6 luglio ore 18,30
Presentazione del volume IL RIFORMISMO DI CIAMPI
L’attualità politica e la lezione di Ciampi.
Se ne discuterà con il MINISTRO ON. VANNINO CHITI
Livorno, “La Caprillina”

Messaggio di Carlo Azeglio Ciampi a Gianfranco Lamberti
6 Luglio 2007

( Pubblicato sul Tirreno, del 06/07/2007)

Caro Lamberti,
desidero innanzitutto rinnovare quel ringraziamento che ebbi occasione di manifestarLe quando, con un gesto di squisita cortesia, venne di persona a consegnarmi il primo numero della nuova serie di Confronto, che una scelta editoriale che mi onora ha interamente dedicato al concittadino Ciampi. Il titolo della rivista sottende un programma ambizioso e impegnativo. Realizzarlo richiederà una tensione costante affinché il “confronto” non resti uno dei tanti termini spesi con disinvoltura, appartenente a un lessico di circostanza, convenzionale e vuoto.
Ascoltiamo e leggiamo fin troppe parole distribuite gratuitamente.
Il confronto, invece, costa. Costa fatica, pazienza, umiltà; esige coraggio e lungimiranza, fermezza e flessibilità, passione ed entusiasmo, senso del limite, sempre.

A ben vedere il compito che con la Rivista vi siete dati non è facile; può essere, nell’immediato, avaro di soddisfazioni, ma è un cammino che vale la pena di seguire, vincendo la stanchezza, sempre in agguato dopo le immancabili delusioni. D’altra parte come livornesi abbiamo un vantaggio che chiamerei antropologico: nel tempo è stata la realtà dei fatti a imporci il confronto. Abbiamo così avuto modo di apprendere che convivere e familiarizzare con genti diverse per nazionalità, religione, etnia si può ed arricchisce. Il confronto continuo con l’altro da noi ha forgiato il tipo umano del livornese. Il porto, poi, luogo attrezzato per offrire sosta e riparo, è in sé simbolo di apertura e di accoglienza.

Al nostro presente la storia sta imprimendo un’accelerazione forte, che sovente ci trova spiazzati; la sentiamo pericolosamente incombente. Sono sentimenti comprensibili, soprattutto in quelli di noi meno giovani.
Fatichiamo a capire in quale direzione stia andando il mondo, con la sua realtà di contraddizioni, causa di lacerazioni insanabili: conquiste prodigiose in molti campi e plaghe di barbarie da secoli bui. In particolare dal Sud del mondo proviene una richiesta, che può diventare ultimativa, di contare di più, di accedere a livelli di vita più simili, o se volete, meno diseguali rispetto ai nostri.
Se il mondo sviluppato non saprà trovare risposte concrete, nubi ancora più minacciose si addenseranno al nostro orizzonte.
Già ora, neanche troppo lontano, sull’altra sponda del Mediterraneo, il non risolto conflitto mediorientale, che vede un popolo senza un territorio e pressoché privo dell’indispensabile per vivere e un altro costantemente esposto alla minaccia terroristica, rischia di deflagrare su scala globale per la miccia accesa dai fondamentalismi religiosi.

Certamente questi sono problemi di cui deve farsi carico in primo luogo la comunità internazionale; ma ogni uomo di buona volontà deve fare la sua parte. Essere uomini di buona volontà vuol dire aprirsi al dialogo; per dialogare bisogna essere disponibili al confronto, di idee, di opinioni, di stili di vita. Confrontarsi vuol dire conoscersi, conoscersi vuol dire superare il pregiudizio e con esso la diffidenza, la paura per ciò che è diverso.
Confronto e dialogo sono la via che ci è data per essere uomini tra gli uomini. Con le vostre iniziative – l’Associazione culturale e la Rivista – avete scelto di percorrerla questa via.
L’augurio più sentito che mi sento di rivolgere al vostro impegno, è quello di contare, sempre più numerosi, i giovani come lettori della Rivista e come collaboratori attivi dell’Associazione. È quella dei giovani la platea privilegiata cui rivolgere le vostre cure; sono loro i primi destinatari della vostra opzione culturale, che è innanzitutto una scelta di metodo per contribuire a rendere questo nostro mondo un po’ più vivibile, per far sì che la prospettiva di un futuro non resti privilegio di pochi.

Ed è proprio pensando ai giovani, anche a quelli di ieri, alcuni forse presenti oggi alla Caprillina, tra i quali mi rivedo, che mi è tornata alla mente un’immagine legata ai versi di Caproni, che dedico a tutti i livornesi, ai giovani e a chi giovane lo è stato. Alla suggestione e alla nostalgia di questa immagine affido il mio saluto insieme con un affettuoso abbraccio.

“Ragazzi in pantaloni corti,
magri, lungo i Fossi,
aizzandosi per nome
giocavano a pallone”.

Carlo Azeglio Ciampi

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